sabato, 15 dicembre 2007
Alzo gli occhi dal libro per osservare mio figlio chino sui compiti, mi colpisce l’aria assorta che ha mentre con la mano destra tiene sospesa la penna sul quaderno a quadretti.
“Che fai?” gli chiedo.
“Geometria, un problema un po’ complicato.”
“Ti serve una mano?”
So che la domanda potrebbe suscitare la sua ilarità, visto che è nota la mia ritrosia ad apprendere qualsiasi nozione che abbia a che fare con la matematica. Meno noto è il fatto che di geometria alla scuola media me la cavavo molto bene. I miei compiti in classe sulla materia riportavano quasi sempre lo stesso conciso giudizio della mia professoressa: il procedimento è esatto; tranne quella volta in cui il mio già florido orgoglio, unito ad una smisurata cocciutaggine, interruppe questa bella tradizione. Il complesso compito in classe aveva per protagonisti un prisma ed una piramide ma io ebbi ben chiaro il procedimento con il minimo sforzo. Senonchè mi si parò davanti quello che si dimostrò uno scoglio insuperabile. Alcuni dati si sarebbero dovuti ricavare da altrettante equazioni, cosa che non mi riuscì di fare anche dopo svariati tentativi. Il tempo passava ed il mio nervosismo aumentava. Quando la professoressa se ne accorse mi disse di utilizzare le soluzioni previste in calce al problema e di andare avanti col compito tralasciando le equazioni. Quell’aiuto mi sarebbe comunque costato qualche voto in meno. Beh, rifiutai l’aiuto e consegnai il foglio in bianco, meritandomi un negativo “non ha eseguito il compito”. Altro che premio per aver mantenuto alto il mio amor proprio. Col tempo ho imparato a mitigare ed a gestire l’orgoglio, sulla cocciutaggine ehm… ci devo ancora lavorare. E ne ho conosciute di persone che hanno sepolto nell'orgoglio un “ho bisogno di te”, piuttosto che un “ho sbagliato, scusami”… e sentimenti, emozioni, tutto nascosto e mortificato. Persone incuranti del fatto che l’orgoglio troppo spesso non paga e quando lo fa usa moneta falsa, perché è falsa ed effimera la gratificazione che regala. “Provo da solo mamma, ma… se non riesco mi aiuti tu.”   
raccontato da: Adelaide_Spallino alle 19:59 | Permalink | commenti (4) | commenti (4)(Popup)
nel vento:rewind, lessico familiare, vitamea
venerdì, 09 novembre 2007

Ieri sera un piccolo inconveniente ha avuto il merito di regalarmi più di un sorriso. Le pile del telecomando si sono scaricate e non avendone altre in sostituzione sono tornata indietro nel tempo, a quando ero piccola e la tv aveva la manopolina per cambiare gli unici due canali che trasmettevano in bianco e nero. Allora fare lo zapping era alquanto difficoltoso, non solo per la scarsa varietà di canali da guardare, ma anche perché il telecomando umano di turno – di solito mio fratello Mauri o io - spesso non voleva alzarsi e non rispondeva al suggerimento “vidi chi c’è addabbanna”(letteralmente: vedi cosa c’è dall’altra parte).
Anche se i miei mi mandavano spesso a letto dopo Carosello ho una memoria molto fornita di ricordi su programmi televisivi dell’epoca perché non ho mai perso l’occasione di vedere le repliche in seguito, gli spezzoni, i bellissimi pezzi di archivio di una tv che oggi nessuno più è capace di fare. Tra i parenti e gli amici del quartiere noi siamo stati i primi ad avere quella sorta di scatola poco elegante a dire il vero e da noi ci si riuniva per vedere Canzonissima ad esempio. Ricordo una mia già anziana prozia che, in una di queste occasioni, disse con perplessità: “ma ji nun lu sacciu, comu ci stannu tutti sti cristiani ddocu dintra?” (ma io non so, come fanno a starci tutte queste persone là dentro?). Devo dire che sarebbe stato alquanto complicato farglielo capire per chi avesse voluto cimentarsi nella spiegazione.
E così ieri sera, orfani del telecomando, ho detto a Lorys: “vediamo cosa c’è su RaiUno?” e lui: “sì, ma alzati tu."

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 08:52 | Permalink | commenti (13) | commenti (13)(Popup)
nel vento:rewind, vitamea
mercoledì, 17 ottobre 2007

Chissà se c’è ancora il grande albero di gelsi al centro dello spiazzo in fondo al sentiero, con il roseto che costeggiava la stradina che portava ai terreni; e la casa che aveva nel pianterreno magazzino il luogo più interessante e frequentato? Chissà. I miei sono ricordi in bianco e nero ma luminosi e profumati come i tondi frutti dell’aranceto che si distendeva pigro lungo le rive di quello che era il nostro fiume, dove mio padre pescava le anguille. Il tempo trascorso non ha sbiadito affatto i contorni della mia memoria,un po’le foto quello sì,ma dentro di me ogni cosa pulsa e riprende vita già solo ogni volta che guardo dal mio terrazzo verso sud-est e scruto il nastro argentato della strada provinciale che mio padre percorreva ogni giorno. Se riesco ad estraniarmi completamente posso sentire le voci, i nostri piccoli strilli di bambini che scorrazzavano liberi tra gli alberi, sui teneri prati primaverili: io, i miei fratelli ed i cugini che di volta in volta venivano a trovarci nelle calde estati paesane. La zona della campagna aveva uno strano nome che io non ho mai visto scritto da nessuna parte ma che, dalla pronuncia, penso sia corretto “lo shibeh”: segno del retaggio arabo che dalle mie parti è ancora marcato.
Non ho ricordi di avvenimenti particolarmente eclatanti di quel luogo, ma una lunga sequenza di momenti usuali, come le passeggiate sulle sponde del fiume per cercare fiori con cui fare delle colorate ghirlande o come la sosta su un sasso il tempo necessario per uno scatto sfocato con la Ilford in una giornata d’autunno. Ogni piccola cosa vissuta allora ha la sua importanza ed è una parte irrinunciabile di me perché
col tempo mi sono convinta che l’infanzia è l’unico tocco di gentilezza che appartiene davvero alla nostra vita ed il suo ricordo duraturo, una volta adulti, è la sua eco legittima e provvidenziale.


Ade,Linda, Maurizio

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 16:35 | Permalink | commenti (11) | commenti (11)(Popup)
nel vento:vitamea
sabato, 06 ottobre 2007

Oggi giornata nuvolosa ma senza pioggia consistente, solo delle timide gocce pomeridiane che senza neanche far rumore hanno inumidito le strade. La mia sinusite in versione acuta ma fortunatamente leggera sta caratterizzando quello che spero sarà un breve periodo, sono pronta comunque al fatto che mi possa far compagnia ancora per un po’, mentre Lorys è alle prese con i postumi di una pesante faringite.
Non mi pesa passare il sabato sera in casa, l’essere stata sposata ad un militare dell’Arma mi ha fatto apprezzare i lunedì e quasi ignorare i sabato e le domeniche!
Scrivo adesso ascoltando “Ovunque proteggi” e sentendo diffondersi in me anche attraverso la pelle questa meravigliosa alchimia di parole e musica. E’ questo un tempo di grandi riflessioni per me, ed Isola Emersa ne risente con la mia mente che sembra un infaticabile cingolato che va su aspri terreni come su mansueti pianori. Per quanto io abbia tentato di dare una direzione alla mia vita in passato, il vento ha sempre smosso i segnali lasciandomi più volte ad affrontare bivi improvvisi e ardui. Per troppo tempo ho avuto l’impressione che quella che stavo vivendo non fosse la mia vita, finché un bel giorno ho rivoluzionato tutto. Un bel giorno, a pensarci adesso è come se fosse accaduto in un arco di tempo di soli ventiquattro ore ed invece ci sono voluti mesi di elaborazione e riflessione, di pensieri e strategie. Adesso qui con Vinicio che canta suadente e dolce si apre uno spiraglio per questo flash back salutare, solo per respirare la consapevolezza di aver camminato tanto e di aver tirato fuori una incredibile faccia tosta pur di andare avanti a modo mio. Di strada ancora ce n’è da fare ma non è più così in salita e c’è chi mi accompagna, camminando amorevolmente al mio fianco.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 20:30 | Permalink | commenti (10) | commenti (10)(Popup)
nel vento:vitamea
lunedì, 17 settembre 2007

Quando ho affrontato questo ho chiesto ai dipendenti dell’ufficio tributi se non si mettessero a inviarmi solleciti visto che gli errori (leggasi negligenza) erano stati i loro, sperando che dessero a me, lavoratrice precaria, il tempo di saldare il debito accumulato mio malgrado con il Comune. Mi hanno rassicurato sul fatto che non mi dovevo aspettare nulla di questo. Ecco perché qualche giorno fa ha bussato alla mia porta non il postino,non il comitato pro festeggiamenti santo di turno, ma … dadàààààààààààààààààà… un messo comunale con tanto di formale sollecito pagamento acquedotto e conseguente richiesta ricevute di avvenuto pagamento delle bollette che vanno dal 2001 al 2005 perché al suddetto ufficio risultano non pagate! Pare che io non si l’unica ad aver ricevuto questo cadeau ma a me non importa un fico secco! “Adelaide Spallino,giusto?” ha chiesto professionalmente il messo mentre firmavo un foglio. “No – avrei dovuto rispondere – sono Adelaide della baita ma tutti mi chiamano Heidi, anzi sbrighiamoci che ci ho Bianchina da andare a mungere!” Invece ho annuito perché sono una personcina a modo. In questi giorni ho cercato le ricevute e poiché sono distratta (evidentemente questi uffici fanno affidamento su tale difetto che molti contribuenti hanno) ho capito il perché del non trovarne alcune solo dopo essermi tormentata un bel po’ e dopo aver messo sottosopra nei cassetti ciò che avrebbe dovuto restare in disordine... eehhmmm… Stamattina sono andata all’ufficio tributi armata a salve solo di pazienza! L’impiegata mi ha accolto con uno sguardo del tipo “ancora tu? ma non dovevamo vederci più?”. Ho mostrato le ricevute trovate ma non quelle del 2001, 2002 e del 2003 perché NON ESISTONO! Non possono esistere bollette dell’acqua a nome mio per quei periodi perché io e mio marito eravamo ancora sposati e conviventi sotto lo stesso tetto… sotto la medesima utenza! Ma, e dico MA, poiché il Comune aveva accumulato un ritardo di due anni nell’invio delle bollette, quelle di questi anni sono state recapitate a lui quando già aveva un altro domicilio! Risposta dell’impiegata “Sì,ma questo non vuol dire che le bollette non devono essere pagate.” Al che ho guardato di straforo sotto la scrivania ed ho pensato “Dài, Pappagone vieni fuori da lì …” Ho spiegato che la questione non era questa e che il mio ex marito,una volta messo al corrente di tutto ha cercato le ricevute senza trovarle ma è certo di averle pagate. “Sì ma io al computer non posso dire che le ha pagate e non trova le ricevute!” Allora ecco,Pappagone ero io e non me n’ero resa conto!!! Sono uscita da lì mentalmente stanca ma non prima d’aver detto, davanti ad altri due impiegati, che mi sento vessata dal Comune: per la cronaca nel frattempo è arrivata la bolletta dell’anno scorso, sempre con tutti gli errori anagrafici di cui ho già parlato…ecc… ecc…

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 16:12 | Permalink | commenti (3) | commenti (3)(Popup)
nel vento:cattivaria, vitamea
martedì, 11 settembre 2007

Il 18 Settembre Lorys rientrerà a scuola per affrontare la II media e questi giorni che precedono la fatidica data ci vedono, più io che lui in realtà, alle prese con gli ultimi acquisti. Mancano giusto gli album da disegno. Intanto il mio giovane figlio è alle prese con la metamorfosi della sua stanza che assume sembianze sempre più da “ragazzo” ed anche qui mancano gli ultimi ritocchi. In tutto questo ordine (molto momentaneo) spicca la Lupa giallorossa con tanto di sciarpa “Che Dio ve furmini!”,mentre il topo interista è stato relegato sulla sommità dell’armadio. Il topo? E certo: perché abbiamo rosicato per anni no? Vabbè ora basta sghignazzare. Dicevo, mentre Lorys si gode questa ultima settimana di vacanza nel segno del “noli me tangere”, nel senso che se gli metto una matita nell’astuccio prima o poi se ne accorgerà, io assaporo il suo ritorno in classe e ripenso ai miei.
Innanzitutto non ho fatto la scuola materna, lo dico subito così mi levo il pensiero, ma avevo i miei validi motivi. Dalle suore non sono andata perché ne avevo paura e in quella statale resistetti solo pochi giorni,ci rinunciai dopo che un bambino biondo mi tirò i capelli, ma non ricordo se prima o dopo che glieli avevo tirati io, vabbé sottigliezze. Quando facevo le elementari la scuola apriva i battenti il 1 di Ottobre e quel giorno mi è rimasto impresso come la vera ed unica data che sapesse di matite colorate, di grembiuli e di gessetto. Il giorno per eccellenza. Avevamo un solo insegnante e si potevano ancora vedere molti maestri nelle classi,mentre oggi l’insegnamento alle elementari è “femminilizzato”. Io frequentavo una classe mista e la nostra maestra, già quasi da pensione, non si piaceva. Poverina ne aveva ben donde: aveva certi occhi a palla ed un aspetto sparuto che ci si chiedeva da dove le venisse tutta quella energia nel tenere la bacchetta pro-ordine e attenzione come un abile direttore d’orchestra. Gli ultimi anni di scuola aveva preso a cancellare il proprio viso dalle foto ricordo della classe!
I primi giorni di scuola avevo sempre un certo entusiasmo, che però andava scemando man mano passavano i giorni, tanto che nelle schede di valutazione della scuola media c’era un aggettivo che ricorreva in tutti i giudizi: irrequieta. Non ho più visto tanti professori andare d’accordo su qualcosa. Gli anni del Liceo eh sì, quelli sì che sono stati mitici e meritano capitolo a parte. Mi rammarico di non aver tenuto nulla per ricordo dei tempi della scuola, anzi, ho due quaderni della terza liceo che devo fare attenzione a riaprire, perché improvvisamente resto travolta da immagini e voci di un tempo bellissimo che nella mia maemoria occupa un posto privilegiato..

quaderno cimelio del 1986

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 21:00 | Permalink | commenti (12) | commenti (12)(Popup)
nel vento:rewind, vitamea
domenica, 09 settembre 2007

colors_of_life

Ricordo da bambina quando bastava poco per sorridere dopo un pianto per una sbucciatura di ginocchio procurata cadendo, dopo aver messo il broncio per una bella sgridata o una sana litigata. Poi crescendo ho acquisito maggiori esigenze e il cono con la meringa colorata su al posto del gelato è stato sostituito spesso da vere imprese. Sono il tipo che tiene tutto dentro non per covare vendetta o rancore, ma perché per elaborare ciò che è successo ho bisogno di silenzio, di pensieri che non hanno suono. Nel frattempo mangio, dormo, esco: tutto sembra normale mentre una vera tempesta di immagini, parole e …”potevo dire e non l’ho detto,potevo fare e non ho fatto”… si abbatte dentro di me e mi mette in subbuglio, questo perché sembro quella che ha la battuta sempre pronta: in realtà in casi veramente topici mi si attacca la lingua al palato. In questi giorni sono così: da un lato la questione con la mia amica di cui nel post :-(, dall’altro una risposta che non arriva e che potrebbe cambiare le cose per me in merito a possibilità di lavoro. Ma, se nel primo caso ho speranze di recupero per la regola che due amiche si pigliano per sfinimento, nel secondo comincia a diffondersi in me una sfiducia sempre più radicante. Non so più cosa pensare, sto lì a cercare una soluzione e per giunta che abbia dei requisiti tipo tatto e delicatezza, quando dovrei essere io oggetto di entrambi questi sentimenti, che saranno pure astratti ma che di solito sono portatori di gesti concreti.
E rimugino, in religioso silenzio sul tema e a chi sa e mi chiede non so più rispondere, anzi vorrei che se ne dimenticassero e smettessero di fare domande, mentre fuori di me la mia vita procede nella normalità più assoluta. Ci pensavo ieri mentre ripulivo da cima a fondo la camera di mio figlio e mi sono rabbuiata di colpo nel trovare un po’ di materiale cartaceo di quando lavoravo, roba che è finita nel cestino ma che mi ha procurato un piccolo spasmo. Sono stata lì un po’, immobile sulla scala a pioli, arrampicata sulla libreria della camera di Lorys, fin quando ho ripreso la mia attività domestica ed ho tirato giù la girandola che gli avevo  comprato durante un viaggio. Ci ho soffiato su e lei ha iniziato a girare leggerissima e colorata,pronta ad adattarsi ai piccoli e grandi sbuffi d’aria. Dovrebbero essere così anche i pensieri più cupi,dovrebbero poter diventare leggeri con il minimo sforzo, con un soffio sbarazzino, per sorridere come quando si era bambini e bastava davvero poco.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 09:05 | Permalink | commenti (10) | commenti (10)(Popup)
nel vento:pensieri, vitamea
martedì, 31 luglio 2007
“Mamma ho paura…” Il messaggio di Lorys comparso sul display del telefonino domenica sera mi  ha gettato nello sconforto più totale.  Già un anno fa durante le sue vacanze è venuto a mancare il nonno paterno, proprio mentre si trovava da lui con il papà, adesso è stata la volta della nonna. Un anno fa la cosa fu improvvisa mentre in questi giorni Lorys ha conosciuto l’ansia, l’angoscia dell’attesa dopo il malore per il quale la nonna è stata ricoverata d’urgenza in ospedale: quell’avvicinarsi al peggio col contagocce, quel sentire il parente di turno sottolineare la ripetuta coincidenza,lo stillicidio di discorsi sempre uguali.  Ho parlato col mio ex marito dicendogli di tranquillizzare nostro figlio, pur comprendendo la situazione,  gli ho chiesto “per  favore” e la voce già si spegneva in gola. Se avessi potuto sarei volata a prenderlo per portarlo a casa, al sicuro. Il non potere però mi ha permesso di non delegittimare il ruolo del papà: Lorys è al sicuro anche con lui e poi, come ha detto la mia amica Michela, i figli devono imparare che la mamma non può sempre esserci.  Lucidamente è qualcosa di cui sono convinta anche io, ma è bastato un messaggio affinché questa convinzione crollasse miseramente, perché di fronte ad una richiesta di aiuto simile avvenuta  dalla distanza di mille chilometri il senso di impotenza si impadronisce di ogni anfratto del cervello e fa stringere il cuore. La richiesta di Lorys è stata chiara: voleva  una spiegazione logica, voleva sentire che le coincidenze possono essere decifrate con la razionalità. Quando era piccolo ed una caduta gli procurava un livido o una sbucciatura nulla era più taumaturgico di un bacio e di un  “non è nulla passerà presto…” Quando un temporale lo turbava con i tuoni correva a sedersi in braccio a me e mi chiedeva da dove arrivasse quel rumore, perché c’erano i fulmini: il poter avere una risposta plausibile e logica lo calmava. Una sera, avrà avuto quattro anni, durante un temporale particolarmente intenso, provai a trasformare la sua paura in… poesia, coinvolgendolo e chiedendo a lui di inventarla. Ne venne fuori una poesiola con questo incipit “nuvoletta, nuvoletta, cosa fai sopra il mio tetto?...”
Stamattina ha chiamato molto presto il mio ragazzino dicendo che tutto era finito e che la nonna era spirata ieri sera. Il suo tono di voce era triste ma sereno, o almeno quest’ultimo  vi ho colto dalla pacatezza con cui parlava, ma già da ieri mattina l’avevo sentito più tranquillo grazie al lavoro sinergico da parte mia e del papà. Sa che non assisterà a nulla se non si sente di farlo, sa che non deve tenere dentro le sue preoccupazioni, sa che questo momento ha una spiegazione e che la tristezza è fisiologica e piano piano si stempererà. Io so che sta crescendo, anche se spero che non perda  quella piccola convinzione che un bacio sulla parte dolente sia inspiegabilmente taumaturgico. 
raccontato da: Adelaide_Spallino alle 11:19 | Permalink | commenti (10) | commenti (10)(Popup)
nel vento:lessico familiare, vitamea
martedì, 24 luglio 2007
Qualche sera fa mentre io e Lorys, sul terrazzo, ci accontentavamo  di un venticello tiepido abbiamo sentito,complice il silenzio che la tarda ora di solito impone (non sempre eh?) che il ragazzino di fronte stava avendo, per così dire,un confronto particolare con la madre. Si sentiva nettamente la mano di questa
posarsi sulla pelle del figlio accompagnando il tutto con un imperativo “La devi  smettere!” Cercavo di capire dove colpisse dal suono che emetteva il colpo, non troppo forte,ma di sicuro con il palmo aperto cosicché lo schiocco era bello corposo. Uuuhhmmm… “Sulle braccia” ho pensato “non fa molto male, ma può essere efficace.”  Lorys intanto sgranava gli occhi: “Miiiiiiiiiiiiiiii…” mormorò.
Io: Beh ti stupisci perché non hai mai ricevuto una sberla…
Lorys: In effetti mamma tu sei troppo buona con me.
Io: Già, a parte qualche buffetto in zona sedere quando portavi  il pannolino… Ma io poi tifaccio perfino dei rimproveri di cui tu comprendi bene l’improbabilità a verificarsi… ti do un calcio e ti faccio arrivare alla diga…Ma, ma ti ricordi quando ti ho fatto volare il quaderno di matematica da una parte all’altra della cucina perché non avevi  fatto i problemi?
Lorys: Erano 11 problemi!!! Però a,ma’… io lo so che quando mi rimproveri mi vuoi  ugualmente bene. Anche quando ti arrabbi tanto, lo so. Tu mi fai capire che ho sbagliato ed io poi rifletto  che è davvero come dici tu. E ti chiedo scusa.
Io: Lorys… ti è così difficile chiedermi  scusa?
Lorys: No mamma, non lo è.
Ho sorriso divertita, ma consapevole del regalo che mi ha fatto mio figlio. L’orgoglio nei  rapporti affettivi è stupido, fa male a chi lo prova prima ancora a chi lo subisce. Mai seppellire i sentimenti sotto una coltre di orgoglio, tanti lo fanno, convinti che non si debba dare soddisfazione, forse presi anche da un certo senso di superiorità per queste cose. Commettono un errore gravissimo. L’orgoglio non paga. E se lo fa, lo fa con moneta falsa.
Io: Allora dimmi un po’… ti mancherò mentre sarai in vacanza con papà?
Lorys: Ma si certo … mi spiace un po’ perché ti lascio sola…
Io: Questo vuol dire che quando ti sposerai  avrò una stanza da voi e la tua bimba la chiamerai Adelaide?
Lorys: Maaaaaaaaaaaaammaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa…


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nel vento:vitamea
mercoledì, 18 luglio 2007
Nei nove anni  in cui ho vissuto nei pressi di Palermo, in estate ho frequentato le spiagge libere di alcuni comuni della  costa nord – occidentale della Sicilia. Oddio, forse dire libere è dire troppo. L’accesso a queste era quanto di  più angusto i cinici proprietari di ville, regolarmente condonate dall’iniziale peccato di abusivismo, potessero elargire ai miseri popolani in cerca di una vacanza mordi e fuggi. Usufruivamo di un corridoio tra due muri, all’entrata del quale un paletto in ferro impediva  l’ingresso a chi volesse incautamente avventurarsi  con un ciclomotore,  e lo  rendeva estenuante  a chiunque si presentasse con il minimo indispensabile per stare in spiaggia (una volta raggiunta eh?): uno zainetto con i teli e l’ombrellone già costituivano una bella preoccupazione per gli aspiranti bagnanti. Una volta riusciti a varcare la soglia del corridoio, a seguito di contorsionismo degno del miglior atleta  circense,  ci si incamminava speranzosi  che non accadesse quello che poi immancabilmente si profilava all’orizzonte: il vedere qualcuno provenire dalla parte opposta poteva far cadere nel panico perché uno dei due doveva retrocedere. Ma chi? Dopo numerosi  tentativi di incrociarsi ignorandosi, durante i quali neanche risucchiandosi  il ventre e camminando appiccicati al muro come gechi,  si riusciva ad avanzare di un millimetro,  il bagnante in uscita poteva decidere di fare qualche passo indietro e lasciare  transitare il bagnante in entrata. O viceversa.  Finalmente si poteva toccare la sabbia coni propri piedi mentre la visione di bambini allegri e vocianti che saltellavano in mezzo a quel  carnaio multicolor dal bianco latte al marrone bruciato, richiamavano l’attenzione dei  nuovi  arrivati. Se non ci si era alzati all’alba per raggiungere la spiaggia quando ancora si poteva scegliere a proprio agio un pezzettino di sabbia, occorreva accontentarsi di ciò che si trovava disposizione, nel  frattempo si cercava di capire se c’era qualcuno che stava lasciando un posto  al sole, un po’ come quando in città si adocchia da lontano  il benefattore che sta lasciando parcheggio. La spiaggia, considerata anche la battigia, era limitata, anche lì i proprietari di cui sopra avevano lasciato lo stretto indispensabile a non ritrovarsi con la pipì di un popolano dentro il soggiorno! Pazienza. Si apriva il proprio ombrellone chiedendo scusa nel caso si metteva il piede sul telo di un vicino,  si stendeva  il proprio che risultava sempre più grande dello spazio a disposizione, e poi ci si accingeva a passare una bella giornata al mare.  Quest’ultimo aveva una temperatura da brodaglia rispetto alla fresca, quando non gelida, onda della zona di Sciacca: la prima volta in cui rimisi piede nel mare della cittadina saccense dopo tanti anni ebbi l’impressione che mi si stesse surgelando il sangue nelle vene...
to be continued...
raccontato da: Adelaide_Spallino alle 10:49 | Permalink | commenti (13) | commenti (13)(Popup)
nel vento:vitamea