lunedì, 23 giugno 2008

Abbottonarsi la camicia stava diventando sempre più difficile, le dita magre e affusolate non riuscivano a coordinarsi per fare una cosa così semplice come infilare un bottone in un'asola, senza che il tremore alle mani fosse loro di impedimento. Dallo specchio il suo sguardo spazientito fu attirato dalla ragazza delle pulizie che la salutò prima di andarsene,notò il gesto di volerla aiutare a togliersi dall’impaccio dell’abbottonatura. Ma si era ritratta quasi subito tornando sui suoi passi, pensando probabilmente che quella vecchia così scorbutica non avrebbe accettato. Non appena la ragazza si chiuse la porta della stanza alle sue spalle lasciò perdere la camicia e aprì le finestre, detestava quell’odore del detergente con cui in quel posto venivano puliti i pavimenti, le ricordava il disinfettante tipico degli ospedali. Trattavano la vecchiaia come una malattia infettiva, magari a furia di sterilizzare gli ambienti non l’avrebbero presa loro.

Intanto però l’aria fresca del dopo temporale stava facendo il suo effetto, se non altro quel posto aveva dalla sua un bel parco pieno di verde, con un viale di magnolie e un laghetto poco lontano dove poter passeggiare in santa pace. “Quel posto”, non riusciva a considerarlo proprio la casa degli ultimi anni della sua vita, ed era stata lei a dire al suo unico figlio di non voler essere di peso né a lui né alla sua famiglia. Aveva scelto lei la struttura, aveva telefonato e parlato con il direttore, aveva litigato con lui per la retta troppo costosa, attirandosi il rimprovero divertito del figlio: “Mamma – le aveva detto – non sei al mercato dove contratti il prezzo del pesce!”. Lei aveva borbottato che in tutta la sua vita non era stata mai spendacciona e che non avrebbe iniziato ad esserlo proprio alla fine. Brutta bestia la solitudine, diceva qualcuno. Oh, ma a lei non pesava di certo, l’aveva sempre vista come una grande opportunità di libertà personale. Ma il medico aveva riempito di preoccupazioni inutili la testa di suo figlio a proposito di certi sintomi che accusava di tanto in tanto, come il tremore alle mani o come… beh, una volta - o saranno state due? - era capitato che non era riuscita a trovare la via per ritornare a casa dalla biblioteca, eppure quella strada l’aveva fatta centinaia di volte. Usciti dall’ambulatorio quel povero ragazzo aveva cercato di convincerla in tutti i modi ad andare a vivere a casa sua, sua moglie ne sarebbe stata contenta ed anche i bambini. Ma lei era stata irremovibile.
Si guardava attorno, la prima volta che aveva messo piede in quella stanza si era sentita disorientata, poi capì che si trattava del senso di estraneità assoluta che le dava tutto quello che stava vivendo. Aveva cercato di ignorarlo circondandosi degli oggetti personali a cui teneva di più, i suoi libri, le foto più care; ricordi che non avrebbe mai reso tediosi con l’edulcorata nostalgia del “bel tempo che fu”, ma ai quali avrebbe dato un incarico molto impegnativo: ricordarle chi era lei. Nei momenti, sempre più frequenti, in cui ritornava dal vuoto in cui improvvisamente era caduta, sentiva la necessità di toccare un libro, aprirlo e sfogliarne la pagine: si sentiva subito meglio quando leggendo qualche frase ricordava la storia a cui apparteneva. Non era del tutto incosciente, sapeva cosa le stava accadendo, ma voleva ritardare il momento in cui questo sarebbe accaduto. Impresa ardua, considerando il fatto che non usciva da quella stanza da giorni, al che si voltò e guardò con disprezzo l’elegante bastone da passeggio che suo figlio le aveva portato il giorno precedente: “Bel regalo fai a tua madre per il suo compleanno! Non lo userò mai, riportalo indietro e pensa a qualcosa che non mi accusi che il mio corpo sta cadendo a pezzi!”. Lui le aveva ricordato pazientemente che avevano deciso insieme quell’acquisto, ma aveva evitato con cura di fare altrettanto con la data del compleanno avvenuto un mese prima. Guardò l’orologio, mancava poco alle sei del pomeriggio, chissà se era arrivato! L’aveva sfidata ridendo: “Mamma domani ti aspetto alle sei al laghetto, sii puntuale…” l’aveva abbracciata e baciata in fronte lasciandole addosso il suo profumo ed era uscito dalla stanza prima che lei avesse il tempo di tirargli dietro il bastone. L’osservò di nuovo, l’idea di uscire da quella sorta di prigione le piaceva moltissimo, ma il pensiero di doverlo fare con quell’arnese ridicolo le contorceva le viscere. Lo prese in mano e provò ad appoggiarvisi:" Ridicola, e inutilmente snob... ah! Non l'avrai vinta..." Aprì la porta e andò dal figlio attraversando il viale di magnolie; l'aria profumava di umide cortecce e terra bagnata. Lui era seduto su una piccola panchina rivolta verso il lago, lei riusciva ancora a camminare con passo leggero. Gli mise una mano sulla spalla, lui la strinse con la sua e le sorrise dicendole come faceva da bambino: "Mamma vieni, siediti...non hai finito di raccontarmi la storia di ieri."
(© 2005Adelaide Spallino)

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 15:31 | Permalink | commenti (10) | commenti (10)(Popup)
nel vento:tracce di mia scrittura
venerdì, 13 giugno 2008

Vecchia. Era vecchia abbastanza per poter considerare le rughe del viso un premio e quelle dell’anima un vanto per sostenere la solitudine che qualche volta l’assaliva. Con gli occhi velati da tempo guardava il suo mondo dai confini ridotti ormai e che non arrivavano al di là della staccionata del suo giardino. Tutto il resto era una nebulosa attraverso cui era inutile portare lo sguardo, tanto le bastava muoversi lì, tra il fruscio delle calendule mosse dal vento, il cui colore giallo era quanto di meno indovinabile ci fosse attorno, poiché riusciva a coglierne la luminosità senza fatica, e quello dell’albero di limoni in prossimità dell’uscio di casa. Non usciva da giorni, s’era dovuta arrendere alle raccomandazioni del figlio di non prendere freddo, tutte convalidate dai consigli medici di starsene al caldo, dentro casa, almeno fino a che il rigore di quei giorni non avesse lasciato il posto al tepore della primavera imminente. Lo chiamavano “colpo di coda” dell’inverno, un repentino abbassamento delle temperature che aveva portato una fresca e copiosa nevicata come non se ne era vista tanta da anni. Aveva temuto per le sue piante, per le fresie, soprattutto, che avevano iniziato a crescere e che in fioritura avrebbero creato due lunghe aiuole dai colori vivaci e dal delicato profumo a costeggiare il vialetto. Guardava fuori dal vetro che, con un movimento circolare della mano, aveva disappannato; la neve resisteva ai bordi ombreggiati del giardino ed in parte ai margini del telo che proteggeva il limone. Pensava a tutto quello che avrebbe dovuto fare una volta che le sarebbe stato concesso di riprendere regolarmente le sue attività quotidiane. Nonostante vivesse da sola da moltissimi anni non aveva mai ceduto alle abitudini ed aveva cercato sempre di coltivare più interessi. Dinamica l’avrebbero definita gli amici ed i conoscenti. Irrequieta, era il giudizio del figlio. Lui ora le restituiva tutte le attenzioni e l’amore che lei gli aveva riversato addosso dal primo momento in cui l’aveva sentito dentro di sé, un amore incondizionato e mai soffocante. Un amore boomerang che le ritornava indietro ogni volta che si scioglieva nel suo abbraccio, l’unico che non aveva dovuto pagare con il dolore se non quello meraviglioso e voluto del suo venire al mondo. Sentì una fitta al cuore ma era qualcosa con cui aveva preso confidenza e non se ne curava più, una smorfia del viso e via. Si allontanò dalla porta a vetri che dava sul giardino avviandosi verso la piccola rampa di scale che conduceva al primo piano, conosceva a memoria ogni angolo di quella casa, e ne amava anche i piccoli rumori, dallo scricchiolio delle assi del parquet al gocciolio del rubinetto dell’acquaio in cucina. Tutto le parlava della sua vita e le ricordava quanto fosse stata intensa e piena, densa come tutte le parole che aveva scritto, anche quelle che un tempo aveva creduto d’aver sciupato per sanare ferite o per dire dell’amore. Invece tutto era servito a renderla viva se solo una volta aveva raggiunto il cuore di qualcuno o se solo una volta era riuscita a far sì che qualcun altro si ritrovasse nelle sue parole, tanto da sembrargli che parlassero di lui. Chiuse la doccia, si asciugò ed indossò la camicia da notte preparandosi ad un altro sonno popolato da ricordi che, come spirali, avevano il potere di risucchiarla indietro nel tempo: le bastava rimanere al buio della stanza, che cominciava a somigliare a quello dei suoi occhi, ed aspettare quieta che arrivassero a rivivere per lei. Si mise a letto e spense la luce. Un fruscio le disse che la tenda leggera alla finestra era stata mossa da uno spiffero d’aria, voltò leggermente il capo da quella parte e sorrise pensando a tutte le volte in cui aveva deciso di porvi rimedio. Toccò con una mano il posto vuoto accanto al suo, anche a quello tante volte aveva pensato di porre rimedio senza riuscirvi o, dopo l’ultima grande delusione, senza davvero nemmeno provarci. E di questo ora si rammaricava.
Di nuovo la fitta al cuore, che stavolta le smorzò il respiro. Il dolore finì presto, non c’era molto da chiedersi, chiuse gli occhi e smise di aspettare.
(©Adelaide Spallino)

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 20:34 | Permalink | commenti (15) | commenti (15)(Popup)
nel vento:tracce di mia scrittura
venerdì, 23 maggio 2008

Rosa sostò un istante che le sembrò durare in eterno davanti alla porta socchiusa della camera della madre e, nella penombra della stanza, poté intravedere la sua sagoma distesa di fianco e poté sentire il respiro regolare farsi largo nel silenzio in cui era immersa la casa. Si mosse cautamente, con i piedi nudi che sfioravano appena il pavimento ricoperto di maioliche antiche, lungo il piccolo corridoio che la separava dall’uscio. Trattenne il respiro da quando tolse il chiavistello dalla porta fino a quando richiuse quest’ultima alle sue spalle, non prima di essersi accertata di avere le chiavi in una tasca del vestito. Una volta fuori frusciò scendendo l’unica e ripida rampa di scale che conduceva nel cortile dove si affacciavano altre abitazioni come la sua. Si chinò appena per mettere i sandali di cuoio che aveva tenuto fino ad allora in mano, poi si voltò come a guardarsi attorno per assicurarsi che non ci fosse nessuno e scomparve velocemente in fondo alla strada in direzione della marina. Corse lungo le stradine bianche del piccolo borgo di pescatori illuminato a tratti solo dalla luna che quella notte splendeva smerigliata e si specchiava nelle mansuete acque del mare. Si fermò sulla spiaggia nei pressi di una barca capovolta e si stupì che non ci fosse Salvo ad aspettarla, eppure era sicura che non fosse in anticipo sull’ora prestabilita da entrambi per vedersi. Portò lo sguardo sulla distesa d’acqua che scintillava sotto il bagliore della luna e scorse le lampare brillare in lontananza,la brezza salina e fresca le solleticò le narici e la fece stringere nel vestito. Decise di sedersi ad aspettare e si appoggiò con la schiena alla barca mentre con una mano iniziò a far scorrere la sabbia tra le dita affusolate che tradivano la sua giovanissima età, nonostante, a guardarle il viso sembrasse più grande di qualche anno. Più matura dei suoi diciotto anni lo sembrava davvero per via della pacatezza dei modi, per la dolcezza della sua voce con la quale aveva incantato Salvo, o almeno, così lui le diceva sempre quando, con la testa appoggiata sul suo grembo, si faceva raccontare le vecchie storie che Rosa aveva sentito a sua volta dai nonni. Erano pochi i momenti che passavano da soli e sempre rubati al sonno notturno, e sempre col timore di essere scoperti. Entrambi sapevano che non potevano andare avanti così, ma ad ogni incontro sentivano quanto fosse bello ed intimo quel modo di stare insieme, e poi c’era il fatto che la madre di Rosa, una volta appresa la verità, non avrebbe dato alla figlia il permesso di uscire con Salvo se prima non fosse tornato il padre dalla Germania dove lavorava da tempo. Si sarebbe rifiutata di dirglielo per lettera o durante le brevi telefonate che riuscivano a farsi, Rosa la conosceva bene, e dunque sapeva anche che avrebbe dovuto aspettare ancora due mesi prima di parlare alla madre. La ragazza si alzò spazientita per il ritardo di Salvo, possibile che si fosse dimenticato? Non quella sera, non quella volta, pregò. Doveva assolutamente vederlo perché ogni cosa stava per cambiare, anzi in lei era già cambiato. Si portò una mano sul ventre e sorrise mentre un brivido le attraversò la schiena al pensiero del segreto che portava con sé. Lo aveva capito già da giorni ed aveva vissuto fino a quel momento in preda a stati d’animo altalenanti che aveva cercato di dissimulare agli occhi indagatori della madre o a quelli adoranti di Salvo. Rosa sapeva a cosa andava incontro: dai severi rimproveri del padre al pianto di delusione della madre, dai pettegolezzi della gente all’allontanamento da parte delle sue amiche. Sapeva ogni cosa, ma aveva deciso di affrontarlo, sicura anche che nulla avrebbe potuto scalfire la sua felicità, quel dono improvviso che le aveva fatto visita troppo presto rispetto a ciò che aveva progettato qualche tempo prima sempre su quella spiaggia con il suo Salvo. Lo scorse quando era a pochi metri da lei e gli andò incontro fiduciosa ma con il cuore in tumulto. Lo prese per mano e camminò al suo fianco iniziando a raccontargli una storia, tutta nuova.
(© Adelaide Spallino)

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 17:03 | Permalink | commenti (11) | commenti (11)(Popup)
nel vento:tracce di mia scrittura
mercoledì, 14 maggio 2008

Lu ‘zzu Cola s’avìa assittatu un minutu sutta un pedi di nuci ca era un spettaculu, lu vastuneddru a lu latu pi cumpagnu di ventura quannu po’ s’avia di susiri. Era quasi a la fini di lu misi d’agustu, lu suli avia ‘mpitratu la terra ‘ntunnu, quant’avi chi nun chiuviva. Si misi a pinzari ca si siccavanu l’alivi s’annata eranu a postu, quantu beddru ogliu persu pi mancanza d’acqua e di cura! Un tempu, quannu cci cummattiva iddru cu lu jardino e si faciva la sacchina tuttu lu jornu, susennusi all’arba e arricugliennusi dintra a la scurata, era tutta n’atra cosa. ‘Un mancava nenti, anchi si campava la famiglia cu picca e tutti s’accuntintavanu. Ora li giovani scappanu tutti di la campagna, prima a cuminciari li so’ niputi, ora beddra matri va, chi ci vulissi a dari ‘na manu? Sunnu tutti moderni, e li manu nun si li voli cchiù allurdari nuddru cu la terra.
La sira prima a lu ‘zzu Cola ci avianu fattu pigliari ‘na botta bona bona, “Vinnemmu lu tirrenu - dissi lu niputi cchiù granni - chi n’ammà fari natri? Ji è partiri pi’ lu nord, mè frati studìa a Palermu e me patri sulu nun ci la po’ fari. C’è Totò ca si lu voli pigliari e voli sapiri quantu nni vulemmu, chi dici tu, pa’?” Lu ‘zzu Cola talià a sò figliu e unn’ arrinisciva a parlari, vuliva vidiri chi cc’arrispunniva, spustava l’occhi comu un cerberu ora a lu figliu ora a lu niputi. “C’è pinzari, si l’è vinniri l’è vinniri bonu, anzinnò lu tegnu accussì…c’è pinzari.” E forsi, a pinzari cci cumincià subitu, pirchì di ddru mumentu ‘npo’ nun dissi cchiù mancu “a”. Lu zzù Cola,curcatu ‘nti lu lettu, nun ci putiva paciri, la muglieri durmiva e iddru si girava e rigirava anchi cu tutti li dulura c’avìa.
“Rosa – accumincià a chiamalla – Rosa, ji nun pozzu dormiri. Ji la terra nun la vinnu, Rosa mi senti? Ji mentri ‘ca sugnu vivu la terra ‘un si vinni.” La muglieri ‘cci vozi dari cuntu pi calmallu tecchia: “Co’, la terra unn’ è cchiù nostra. Ci ficimu l’attu a nostru figliu, e ora ti pigli chiddru chi veni. Chi vo’ fari? Ti pari c’amm’à stari a stu munnu assà? Rassegnati Cola miu.Ora li tempi canciaru, la campagna duna cchiù picca di nenti…”
“La campagna duna, eccomu si duna! Su iddri ca nun ci abbasta nenti. Schifiu, natri c’aviamu Ro, quannu nni maritammo? ‘Na sarma di terra, un sceccu e li puci di la guerra. Ti la ricordi unni emmu a stari? ‘Nti ‘na paglialora, ‘na stanza sula e lu cantaru vicinu lu lettu ca si muriva tutta la notti. Ah, quali televisioni e sti cosi, sti …cellulari li chiamanu ca addriculianu li manu a furia di tenili, ma nun ci siddria? L’ha vistu li picciotti d’ora Ro’? Si la fidanu ca stanno assittati tuttu lu jornu ‘ncapu ‘na panchina e certu di parlari fra di iddri jocanu cu stu telefonu. Mancu ‘nti ll’occhi si talianu, mancu sannu cu si nni va e cu s’assetta vicinu a iddri.”
La ‘zzà Rosa si fici ‘na beddra risata: “Cola, ma lu capisti ca natri semmu vecchi? E camina ca la televisioni po’ ti piacì vidè a tia quannu l’avisti…Li tempi cancianu pi tutti ed è bonu ca li picciotti unn passanu chiddru chi passammo natri… Meglio si tò niputi lassa tecchia di carni ‘nti lu piattu ca si l’avissi disìari e muriri pirchì nun ni po’ aviri”. A la ‘zzà Rosa lu pinzeri di sò soru ca murì nica di li scarsizzi e di lu pitittu c’avianu so patri e so matri nun la lassava ma’. “Sì, ma ji lu tirrenu nun lu vinnu e dumani si vidi.”
Lu suli ormai stava calannu e lu zzù Cola si susì pianu pianu, appujannusi cu ‘na manu a lu vastuneddru e cu l’atra a lu nuci. Si misi a caminari versu la casa mentri l’aria avìa arrifriscatu e un vinticeddru smuviva li rami e li fogli di l’arbuli, mancava picca e vinìa lu figliu e allura s’avìa pigliari ‘na decisioni. ‘Na vota c’ arrivà vicinu a la casa si girà versu la sò campagna e cci lucianu l’occhi di la commozioni, ‘nti ssà terra lu sapiva sulu iddru e la muglieri quantu sangu e suduri ci aviva jittatu, ma ‘un ci avìa cugliutu mancu tecchia d’odio, anzi, ogni pugnu di terra anchi sicca e dura pi iddru era oro. Eh, lu figliu avìa ragiuni, lu niputi avìa ragiuni, e la zzà Rosa s’avìa rassignatu. La muglieri niscì fora e si misi a latu di lu zzù Cola, ccì passà lu so vrazzu sutta chiddru d’iddru : “Cola – cci dissi – ti ricordi quannu vinisti a canusciri a mè patri? Aviì la facci russa pi la vrigogna… ti lu ricordi?”
-“ Comu si mi lu ricordu! Mi pariva ca ‘un ci ‘nni faciva simpatia…Era cchiù scantatu chi atru!" Stettiru a pinzari, dopu tanticchia di tempu lu 'zzu Cola dissi: " Ro’…tantu ji lu tirrenu nun lu vinnu”.
(©Adelaide Spallino)

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 16:59 | Permalink | commenti (5) | commenti (5)(Popup)
nel vento:tracce di mia scrittura
giovedì, 06 marzo 2008

Alzò la testa per guardarlo meglio negli occhi, gli mise le mani attorno alla nuca e lo attirò a sé lasciando che le sue braccia l’avvolgessero per farla aderire completamente al suo corpo. Lo baciò mentre sentiva le mani di lui scivolarle addosso lungo la schiena, le sentì fermarsi sui fianchi, allentare un attimo la presa e recuperarla di nuovo dentro la propria stretta. Le baciò gli occhi chiusi, la linea del viso e più giù il collo, spostando con un dito le ciocche dei capelli che ricadevano sulle spalle per farsi strada e conquistare ogni singolo lembo di pelle fino alla curva generosa dei seni racchiusi nella camicia. Poi fu il tempo che non trascorse e la notte che si immolò per loro. Il fiato che rubò il fiato, le mani strette le une dentro le altre, ad ogni bacio respirarsi l’anima e combaciare perfettamente muovendosi sulle onde magnifiche di un mare gentile e possente, naufraghi alla continua ricerca di ogni anfratto di sé in cui rifugiare il proprio desiderio…
Si svegliò di soprassalto. Il cuore in tumulto, il respiro affannoso. Si guardò attorno: la stanza era silenziosa, immersa in una penombra quieta ed ogni cosa era al suo posto. Si mise a sedere sul bordo del letto, guardò il cellulare spento sul comodino di fronte a sé mentre cercava di darsi una spiegazione. Non poteva essere, non poteva esser stato vero: ma sentiva addosso il suo profumo e intensa era la sensazione di averla toccata. Guardò la sveglia, le lancette luminose segnavano le due precise. Si passò una mano tra i capelli, addolorato ed incredulo, il cuore intanto aveva ripreso il suo battito normale e il respiro si era fatto regolare. Un sogno, un sogno tanto forte da confondersi con la realtà. Rise di sé, nervosamente. La luna filtrava dalla finestra un chiarore perfetto, lui posò lo sguardo sul pavimento dove qualcosa aveva catturato la sua attenzione. Allungò una mano per prenderlo e chiuderlo in un pugno, come un piccolo segreto da proteggere; il cuore di nuovo sussultò, aprì l’insolito scrigno e vide con meraviglia un bottoncino rosso.
Forse un rumore. Aprì gli occhi. Il cuore stretto in una morsa, il suo sguardo smarrito cercò di riconoscere il luogo in cui si trovava. Saltò fuori dal letto e si trovò a piedi nudi al centro della sua stanza, una fitta allo stomaco la fece vacillare. Non era possibile, come sarebbe potuto accadere qualcosa di simile? Aveva sognato, certo. Ma si sentiva piena di lui, ne era invasa completamente e aveva sentito di trovarsi altrove, non lì, non lì. Lentamente si portò verso la scrivania, passò una mano tremante sul telefono, accarezzò la tastiera del computer sorridendo e lasciando che piccoli rivoli di lacrime bagnassero quel sorriso. Si voltò verso la finestra, spostò la tenda e si appoggiò alla parete osservando la luna, il suo chiarore perfetto. Spostò una ciocca di capelli caduta sugli occhi lucidi, l’orologio della torre suonò le due precise. Inutile ragionare ed applicare la logica a cose che non ne possono avere. Inutile indagare. Inutile profanare quello spazio di sé in cui Amore solo vive libero, ignorando regole e le certezze di una strada già definita e compiuta. Come un addio. Guardò ancora un po’ la luna, alle sue spalle, sulla sua piccola poltrona un perfido raggio illuminava una camicia rossa, mancante di un bottoncino.
(©Adelaide Spallino)

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 15:24 | Permalink | commenti (11) | commenti (11)(Popup)
nel vento:tracce di mia scrittura
giovedì, 24 gennaio 2008

Turi andava tutti i giorni sulla spiaggia ad aspettare il rientro dei pescherecci e, quando ne iniziava a scorgere il profilo all’orizzonte, faceva un sospiro di sollievo perché sapeva che su uno di quei natanti c’era il padre che tornava a casa. Si dirigeva un po’ prima del previsto il ragazzino sulla spiaggia e sedeva sempre nello stesso punto ad immaginare che la risacca del mare portasse con sé qualche mirabile segreto prima o poi. Ma, fino ad allora, aveva raccolto solo bottiglie vuote e bianchicci sacchetti di plastica che, se da un lato lo lasciavano perplesso,dall’altro non lo distraevano dai suoi viaggi fantasiosi dietro a possenti navi pirata, carichi di tesori sottratti a ricchi nobili e pronti per essere sepolti in qualche isola lontana, sperduta nell’immenso blu.
Era piccolo Turi, aveva appena compiuto undici anni, e suo padre lo faceva salire sul peschereccio solo quando era ancorato nell’antico molo. In quel momento quell’uomo dal viso stanco poteva vedere gli occhi del figlio luccicare mentre se ne stava in piedi con lo sguardo rivolto in un punto imprecisato, e non di rado gli dava addirittura l’impressione che volesse divorarselo quello spazio attorno a sé. Quel mondo di acqua salata era quanto di più conoscesse e volesse conoscere ancora Turi e lo aveva detto al padre con la voce fiera che tradiva però un certo timore, glielo aveva detto che da grande voleva fare il suo stesso mestiere. Il padre lo aveva lasciato parlare semplicemente annuendo e non certo perché desiderasse per il figlio il suo destino di pescatore, ma perché era convinto che il tempo avrebbe fatto sì che Turi cambiasse idea da sé e che affrontasse una vita diversa dalla sua, lui che a malapena sapeva camminare sulla terraferma.
Considerava la sua idea di voler fare il pescatore una fantasia, come lo era una di quelle storie di pirati che il figlio imbastiva quando se ne stava seduto incantato a guardare il mare. Non desiderava certo per lui quelle mani e quel viso duramente segnati dal sole e dall’aria salmastra.
Turi lo stava osservando dalla spiaggia mentre il peschereccio si avvicinava al porticciolo; si era messo in piedi tenendo la mano destra a mo’ di visiera sulla fronte per farsi scudo del riverbero degli ultimi raggi di sole. Non appena lo vide ormeggiare lo raggiunse con una piccola corsa. Non si vedevano da giorni e ad ogni suo ritorno il padre aveva l’impressione che fosse più alto e quei capelli:
- “Non ti avevo detto di tagliarli, Turi?” – mentre con una mano glieli scompigliava.
- “I pirati li portano così …” – rispose il ragazzino guardando il padre e chiedendogli subito dopo come fosse andata.
-“Poteva andare meglio – ammise. - I pirati, i pirati, sempre ai pirati pensi. E allo studio ci pensi mai Turi eh?”
Ma Turi non lo ascoltava più, immerso com’era nel suo stato di felicità per il fatto di essere sul peschereccio; ed anche se questo non solcava in quel momento le onde del mare, al ragazzino bastava il leggero movimento dello scafo dovuto al semplice galleggiamento. Non sentiva nemmeno il forte odore di pesce che, altrimenti, gli avrebbe ricordato quanto quel natante fosse tra le cose meno fantasiose al mondo. La brezza marina si era intensificata e la luce del tramonto si posava su quei capelli neri e selvaggi, mentre il padre e gli altri sbarcavano il pescato pronto per la vendita.
Sul mare di Turi intanto prendevano vita furiose battaglie tra pirati che si contendevano immensi tesori, per difendere i quali da ognuna delle navi partivano colpi di cannoni in direzione dell’avversaria di turno.
- “Turi … Turi …” - l’ovattata voce del padre lo raggiunse come se provenisse da un mondo lontanissimo – “Andiamo a casa, vieni …”
Il ragazzino si voltò per seguire il padre ed abbandonò con tristezza la sua fantasia, ma tanto sapeva che non l’avrebbe abbandonata del tutto.
-“Turi si può sapere com’è che non ti stanchi mai di fantasticare e poi mi dici che vuoi fare da grande il pescatore come me? Quello non è un mestiere facile, ti dimentichi pure chi sei quando sei in mare, altro che fantasia figlio mio!”
Turi gli camminava a fianco facendo due passi per ogni sua falcata, sapeva bene cosa pensasse il padre
della sua idea di fare il pescatore, la considerava una cosa passeggera perché non capiva quanta fatica ci fosse in quel mestiere. E certo lui non poteva conoscerla questa fatica ma la vedeva in suo padre, nel suo viso ispido per la barba non fatta da giorni e sapeva cosa gli procurava, anzi, a volte era convinto di vedere nei suoi occhi qualcosa di simile alla tristezza, ma non ne era sicuro.
-“Non parli Turi? Non hai più la lingua?”
Così dicendo gli posò la mano destra sulle spalle e lo attirò a sé, mentre i contorni della loro casa cominciavano a delinearsi in fondo alla via. Il figlio fece spallucce ed il padre sapeva cosa significava ma non intendeva lasciarlo in pace quel giorno:
- “Oh, Turi, il tuo bisnonno era pescatore, lo stesso fu mio padre e mi hanno tramandato il puzzo di pesce con cui però riesco a mantenere tutta la famiglia. Ma per te voglio altro capisci? Voglio che studi e che poi decidi cosa vuoi fare quando sarà il momento, mi fai questa promessa?”
Si fermò costringendo il figlio a sollevare il mento per guardarlo negli occhi e si specchiò in due carboni fieri e identici ai suoi.
-“Allora … me lo prometti?”
Turi sostenne lo sguardo del padre finché poté, poi abbassò il suo e sibilò un incerto sì. Suo padre non se ne stupì, ma era già qualcosa averlo ottenuto, un piccolo passo fuori da quel suo stesso destino che non voleva riservargli. Questo pensava riprendendo insieme al figlio il cammino, mentre il silenzio che era calato dopo avergli strappato quel “sì” pesava sui suoi passi quasi quanto la stanchezza.
- “ Turi ma almeno questi tuoi pirati vincono qualche volta contro i nemici?” – gli chiese.
-“Vincono sempre … sono i più forti e hanno un sacco di tesori nascosti …”- a Turi non parve vero che suo padre si interessasse così al suo gioco di fantasia e la sua voce risuonò argentina nell’ultimo tratto di strada verso casa, camminando al suo fianco.

(© Adelaide Spallino per "Pensieri Volontari" - Web Writers Group's)


raccontato da: Adelaide_Spallino alle 14:09 | Permalink | commenti (24) | commenti (24)(Popup)
nel vento:tracce di mia scrittura
mercoledì, 16 gennaio 2008

Il capocomico era disperato. Quella donna caparbia si rifiutava di eseguire il suo numero. Il numero più spettacolare che il circo avesse mai avuto. Se ne stava seduta nella sua roulotte che appena la conteneva e con cipiglio rispondeva “No” ad ogni richiesta, in realtà sempre la stessa. Ribatteva no con la voce, con la testa, con ogni centimetro del suo corpo ed a questo no corrispondeva l’espressione contratta del viso. Solo gli occhi erano estranei all’intero contesto, stonavano con il resto, con il trucco lasciato a metà, con la vestaglia kimono blu e rossa e le calze a righe coloratissime e sgargianti che ricoprivano le gambe che sbucavano da sotto l’orlo. Aveva gli occhi scuri quella donna, occhi incorniciati da ciglia lunghe e nere, occhi che quella sera sembravano portare un segno ineluttabile dentro la loro malinconia. Sostenerne lo sguardo era quasi impossibile ma il capocomico era troppo intento a contare i minuti che mancavano al momento clou dello spettacolo per accorgersi della profondità di quegli occhi. Aveva cercato di dissuaderla dal suo ostinato rifiuto con ogni promessa fattibile, dopo la sfuriata iniziale aveva abbassato i toni e cercato di blandirla con affabilità e dolcezza. Ma nulla era riuscita a smuoverla e l’unico suono che continuò ad uscire dalla sua bocca era quello necessario a formulare il solito , reiterato no. Il capocomico pensò di affidarsi a qualcuno degli altri artisti per poterla convincere, non poteva certo lasciare che il capriccio di un momento gli rovinasse la serata, non sempre si poteva contare su un pubblico così folto e la mancata esibizione del numero più importante avrebbe potuto anche recargli fastidi per il futuro. Uscì dalla roulotte seriamente deciso a mandare quella donna al centro della pista, qualsiasi altro mezzo di persuasione fosse stato necessario lui lo avrebbe usato. Intanto, per poter guadagnare del tempo, si assicurò che lo spettacolo proseguisse cambiando l’ordine d’entrata degli artisti ed allungò i tempi delle esibizioni dei pagliacci. Quando aveva lasciato la roulotte, la porta che si era chiuso alle spalle aveva avuto il potere di scuotere Sally che si voltò verso lo specchio illuminato dove era solita guardarsi mentre si truccava. Sulla toilette regnava una gran confusione di rimmel, ciprie e rossetti, pennelli e nastri di raso con cui legava i capelli formando tante piccole trecce dopo aver accuratamente disegnato la sua bocca a forma di cuore. Allungò una mano per prendere il flacone del latte detergente e iniziò a togliere il trucco dal viso, lentamente ma con decisione, come un rituale che aspettava da tempo di essere celebrato. Sciolse le treccine e lasciò che i capelli scomposti ricadessero sulle spalle, li pettinò con cura senza mai togliere gli occhi dallo specchio. Quando ebbe finito vide se stessa e quasi non si riconosceva, era diversa da come si era vista ogni volta che si era struccata dopo ogni spettacolo negli ultimi anni. Era diversa, se lo sentiva dentro,come un’onda crescere e diventare sempre più travolgente, non poteva fare a meno di guardarsi ora, in quel preciso istante in cui piccole lacrime cominciavano a scorrere sulle guance rosee. C’erano voluti mesi di riflessione prima di arrivare alla sofferta decisione di lasciare il circo, quel mondo che aveva sempre considerato l’unico possibile dove vivere, l’unico dove veniva accettata e dove decideva lei di far ridere. Ma quando ogni sera, dentro la sua roulotte si ritrovava sola cominciava a sentire il peso di tutto quel tempo trascorso senza amore nella sua vita, voleva baciare ed essere baciata, desiderava avere tutto quello che vedeva negli altri, ed ogni volta che ci pensava su una sottile invidia si impadroniva di lei e le stringeva la gola. Aveva capito che quel mondo in cui lei si sentiva protetta e che sentiva come suo, in realtà era limitante. Finché la gente l’avrebbe vista come un’attrazione da circo nessuno mai si sarebbe innamorato di lei, e come sarebbe potuto accadere conciata in quel modo? E con quel numero che le procurava applausi e risate, ma che lei ormai non sentiva più e a cui ormai non dava più importanza? Aveva racimolato un gruzzoletto e lo avrebbe usato per andare via, trovare una piccola casetta in un luogo tranquillo e cominciare soprattutto a perdere peso. Sapeva che sarebbe stata dura, che le sarebbero mancati tutti e che avrebbe dovuto far leva su tutto il suo coraggio per affrontare il mondo vero, non più quello fantastico ma quello vero, dove i leoni non mangiano prima di scendere in pista. Si guardò per l’ultima volta allo specchio e si vide bella, e bella lo era. Era radiosa dentro e aveva un cuore immenso, sorrideva e gli occhi si riempivano di luce, era piena e densa, era molto di più che “Sally la grassona” come la chiamava Chouchou il clown nano. Lei non si offendeva, perché poi lui faceva uscire un fiore dal cappello e glielo donava. Raccolse le ultime cose da portare via, le mise nell’unica valigia che possedeva e che chiuse bene. Si vestì, dopo aver tolto la vestaglia e le calze sgargianti, mise il suo grande cappotto e restò in piedi per qualche momento. La stazione era vicina, una passeggiata a piedi non le avrebbe fatto di certo male. Uscì dalla roulotte e si avviò verso il tendone del circo, ormai tutti sapevano e le si avvicinavano chi per abbracciarla, chi per darle un bacio su una guancia, perfino il capocomico rassegnato la salutò. Capì che lo spettacolo era andato avanti bene anche senza di lei, e così sarebbe stato da quel momento in poi. La donna cannone lasciò il circo e si incamminò verso un sogno dove il mistero di un volo tra le stelle avrebbe avuto un altro nome. E lei non aveva nemmeno paura perché era forte abbastanza per affrontare qualsiasi illusione, perfino l’amore.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 08:05 | Permalink | commenti (8) | commenti (8)(Popup)
nel vento:tracce di mia scrittura
mercoledì, 09 gennaio 2008

Lo scrittore si guardò le mani, a giudicare dall’ espressione che assunse il suo viso, si sarebbe potuto dire che le trovava alquanto interessanti, non propriamente belle, con le dita affusolate e disciplinate di un pianista, ma interessanti. Ricordò il primo incontro con un libro; aveva circa otto anni quando il capitano Achab fece irruzione nella sua mente e ne aveva segnato il divenire.
Da allora aveva letto e vissuto contemporaneamente, leggere era stato pericolosamente inscindibile dal vivere e dallo stesso respirare, poiché aveva trovato, nella fantasia di certi autori, la capacità di sopportare la realtà talvolta crudele, mentre quest’ultima si era rivelata la cura necessaria alle intemperanze dei sogni, che troppo spesso lo avevano amareggiato nella considerazione che mai li avrebbe potuto realizzare.
Lo scroscio dell’applauso si intromise tra i suoi pensieri piuttosto bruscamente, interrompendone il flusso ordinato nell’andamento dei ricordi; guardandosi intorno capì che la platea era rivolta verso di lui, qualcuno gli fece cenno di alzarsi; in piedi vide la dimensione dell’entusiasmo del pubblico. Salì i gradini che portavano sul palcoscenico, poche strette di mano precedettero la consegna di un premio letterario per il quale si sforzò di ringraziare, schivo com’era. A casa fissò a lungo la targa del premio con il suo nome inciso sopra, poteva ritenersi molto soddisfatto, in fondo era quello che aveva sempre voluto con tutte le sue forze ed anche il denaro ricavato dalla vendita del libro era fonte di appagamento. Un lieve sorriso si dipinse sul volto tirato dalla stanchezza di quella giornata che gli era sembrata non arrivasse mai alla fine, si versò da bere e sorseggiò lentamente gustandosi ancora il ricordo dell’applauso che rimbombava nella sua testa. Le mani avevano ora un leggero tremore, le guardava sperando che smettessero, maledette! Un tempo erano state capaci di posarsi su un libro con la stessa trepidante attesa di quando avevano accarezzato le cosce dischiuse di una donna, ne avevano provocato il fruscio delle pagine come uno dei più bei suoni possibili, un amore pieno e ricambiato dalla rotondità delle parole specchiate negli occhi, dall’arco di emozioni che suscitavano in lui, un arco che contemplava tutte le sfumature dell’animo umano. Ora toccava a lui emozionare gli altri, era il suo capolavoro, lo aveva letto e riletto, lo aveva quasi distrutto, considerandolo immeritevole di venire pubblicato, ma dopo aveva finalmente preso possesso di quelle parole amate da una vita, ne aveva dilatato il significato, usandole a suo piacimento e coinvolgendole in un racconto che lo aveva tenuto sveglio la notte. Si avvicinò alla finestra per scrutare fuori, oltre il parco dove giocavano i bambini, oltre il viale alberato, là il fiume che attraversava la città subiva un’accelerazione della corrente, era al sicuro. Prima o poi a valle avrebbero trovato il cadavere disfatto, ma nessuno vi avrebbe riconosciuto il giovane vagabondo, che per qualche notte aveva dormito sulle panchine,passando gran parte delle giornate ad annotare chissà cosa su un quaderno, prima di incontrare un uomo gentile e schivo che gli aveva offerto il pranzo.



raccontato da: Adelaide_Spallino alle 11:26 | Permalink | commenti (11) | commenti (11)(Popup)
nel vento:tracce di mia scrittura
venerdì, 06 luglio 2007

Photo Hosted at Buzznet

Sarà difficile incontrarsi.
No, aspetta com’era?
Un po’ come quella canzone.
Non ridere, davvero non la ricordo.
Pioveva a dirotto.
Ma no, era una giornata splendida.
Ero bagnata fradicia.
Ah, si, e avevi una voce nasale.
Hai pensato e  questo che vuole?
No, non è andata così.
E  come è andata allora?
Dimmelo  tu.
Su dimmelo … alza lo sguardo
com’è andata?
E allora?
Dicevo sarà difficile incontrarsi.
Lo fai ancora.
Cosa?
Cambiare discorso improvvisamente,
spostare l’attenzione su altro... quando invece …
Tanto non serve.
Ridevi, che bello era  sentirti ridere,
poi hai smesso … hai smesso.
Non ero io … non più almeno.
E’ stato qualcosa di unico …
Prezioso sì …
Niente a che vedere col resto …
Spesso la gente dimentica quanto bene ha per le mani …
Non era la gente … eravamo noi!
Quello  eri  tu.
Touché.  E’ così che accade vero?
Probabile.
Hai  mai … sì … hai mai immaginato come sarebbe stato se …
Sta  per  venire giù  un acquazzone … Qualche volta ma faceva male.
Scusa … non avrei dovuto chiedertelo.
Non avresti dovuto tante cose.
Ecco piove … guarda …
Dovrebbe andare via tutto così
come le foglie trascinate dalla pioggia …
e allora sì, allora sì.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 18:28 | Permalink | commenti (12) | commenti (12)(Popup)
nel vento:tracce di mia scrittura
domenica, 06 maggio 2007
L’ho visto anche ieri. Portava un cappello bianco, un vestito nero ed una sciarpa colorata al collo e sulle spalle una piccola stola di pelliccia; alla mano destra, con cui  teneva un bastone da passeggio,  un guanto bianco lasciava scoperto l’indice. Di solito sradica piccole piante fiorifere dai vasi e  se ne orna infilandole nel  taschino della giacca di turno a mo’ di  elegante fazzolettino, come usava un tempo: perfino begonie  gli  si possono vedere addosso. La sua voce è impastata, e con suoni  biascicosi ed alterati si rivolge all’interlocutore che lo ascolta, probabilmente pensando ad altro, solo per una certa pietosa cortesia o per non alzarsi dalla panchina all’ombra di un alberello sulla via, su cui mollemente  siede dopo averla guadagnata aspettando  che andasse via chi  l’aveva occupata prima di lui. Intanto lui parla e le parole si perdono nelle spirali di fumo delle sigarette che consuma convulsamente tenendole tra le dita ossute, è  così magro che quando cammina sembra un filo d’erba che s’agita ad ogni piccolo refolo di vento e non è neanche vecchio. Ha solo versato dentro a un bicchiere i suoi anni  e li ha bevuti, sorseggiandoli  ingordamente l’uno dietro l’altro fino a non sentirne più il sapore, fino a confonderne  l’odore con quello  evaporato  dalla  bottiglia. Perfino i tratti del viso sono confusi ed una smorfia accennata è in realtà un sorriso che si apre in uno sguardo che una volta deve essere stato un altro, senza quegli occhi dilatati come a voler  inghiottire, piuttosto che guardare , ciò su cui si posano. Chissà cosa ha dentro, chissà cosa ha annegato  di  sé  nel  piccolo fiume  lucido  e inebriante che ha fatto  scorrere lungo la sua gola, quali relitti di pensieri  vagano insieme a lui nel  suo andare fluttuante e incerto, sostenuto solo da un bastone da passeggio.
raccontato da: Adelaide_Spallino alle 11:09 | Permalink | commenti (13) | commenti (13)(Popup)
nel vento:tracce di mia scrittura