venerdì, 18 gennaio 2008
“Se gioventù sapesse” di Doris Lessing è il libro che ho appena finito di leggere e che ha una trama imperniata sulla relazione tra una piacente vedova di cinquant’anni ed un suo affascinante coetaneo sposato. Detta così sembra una storia come se ne possono scrivere tante,la particolarità di questa consiste nel modo in cui i due protagonisti si confrontano e nel modo in cui vivono la relazione. Decidono difatti di comune accordo di non parlare della propria vita, di non attuare quella conoscenza profonda che è naturale che si instauri in una coppia. Nessuno di loro due se la sente di “inquinare”, con i dettagli della propria realtà, quella storia fatta di lunghe passeggiate lungo i viali, lungo i parchi di una Londra che li accompagna sorniona e nella quale i due non riescono comunque ad estraniarsi perché il presente di ognuno è incalzante e si rivelerà sempre più determinante nello sviluppo della loro vicenda. Il titolo è tratto da un proverbio francese - “se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse” – ed è di una ventina di anni fa ma vi assicuro che ha una modernità di approccio che quasi stupisce e sembra essere stato scritto appena ieri,per via di quel cogliere, nelle relazioni interpersonali ed in maniera sensibilissima, aspetti e sfumature, dalla difficoltà nella comunicazione ai sentimenti che sono propri del nostro oggi. E’ un libro che sono contenta di possedere e che mi è piaciuto tenere tra le mani, sfogliare ed annusare per sentire l’odore della stampa. Vizio che mi porto dietro fin da quando ero bambina ed iniziavo a leggere i primi racconti; già allora avevo questo amore per il libro in sé e provavo grande gioia nello far scorrere le dita lungo le pagine mentre le leggevo ed ho sempre instaurato con i libri, che man mano ho posseduto, un forte legame affettivo, si proprio così, tanto che quando ne prestavo qualcuno stavo quasi sulle spine fino a che non mi veniva restituito. Cosa che si è ridimensionata con gli anni e con la consapevolezza di quanto sia di arricchimento avere delle persone con cui condividere la lettura di un testo, persone con cui confrontarmi su quello che ne abbiamo tratto, sulla nostra diversità di interpretazione o sulle concordanze che abbiamo trovato in esso perfino con la nostra vita.
martedì, 08 maggio 2007
Sono reduce dalla lettura di un romanzo che ho trovato bello, affascinante e soprattutto ben scritto. È un testo che ho avuto in prestito da un’amica che è riuscita, inconsapevolmente, a farmi affrontare ben oltre le 250 pagine che di solito richiedo ad un libro e questo ne ha 439. Non so, ho sempre un po’ di ritrosia nei confronti dei grossi tomi che poi va a finire che si perdono in pagine e pagine di descrizioni che rischiano di annacquare la storia… Questo no, questo è un libro, sulla scia dei feuilleton dell'800, che prende fin dalle prime righe, il solo incipit è preludio di una storia affascinante ambientata in una Barcellona inquieta e inquietante, e piano piano, come il socchiudersi lento di una porta, si entra in un mondo di mistero che avvolge e coinvolge.
“L’ombra del vento” dello spagnolo Carlos Ruiz Zafòn è una storia corale ed i personaggi via via incontrati da uno dei protagonisti, Daniel, si muovono in un’atmosfera magistralmente dipinta dall’autore che è bravissimo a instillare nel lettore lo stesso dubbio che assale Daniel. L’altro personaggio principale è il libro di cui entra in possesso Daniel da bambino, è attorno a lui che nasce e ruota tutta la storia. Non vi dico altro, e sono buona, e non come l’ultima volta in cui sono andata a Palermo quando una ragazza, con cui ho parlato di libri, mi ha detto che aveva iniziato a leggere “Dell’amore e di altri demoni” un piccolo gioiello di Marquez. Non so che m’ha preso, non mi sono limitata a dirle che lo trovavo bellissimo ma ho continuato con un “Ah sì, muoiono tutti…” Si è portata una mano sul petto e mi ha quasi supplicata di smentire quel finale, ha avuto una reazione a dir poco melodrammatica ed ho dovuto rassicurarla pentendomi di aver rivelato la chiusa del romanzo. Sì,beh, dire pentendomi è un bel po' esagerato. 
“Solo il rimorso offre una seconda possibilità” da L’Ombra del vento.
martedì, 17 aprile 2007
“L’uomo è il protagonista della tecnologia, che è e rimarrà una sua protesi,un ampliamento delle sue capacità, uno strumento che lo aiuterà ma non lo trasformerà: rimarrà sempre un uomo con le sue debolezze, anzi sempre più debole quanto maggiore sarà la sua forza. (…) La vita è più di un’azione, è più di una generazione, èpiù di ciò che si tocca e si fa. La vita umana è anche mistero,mistero fascinoso e che spaventa, tragico poiché l’uomo del telefonino, che racchiude in un piccolo spazio strumenti straordinari, che sa girare nell’universo tra i pianeti, è lo stesso uomo che di fronte alla domanda banale che fa un bambino, e cioè cosa sia un bambino o un uomo, non sa rispondere o sente che qualsiasi risposta è stridente. (…) Ecco la vita umana.” Questa è l’essenza davvero in sintesi di un libro intenso, “Vita digitale” di Vittorino Andreoli, 220 pagine da leggere con quello spirito di autocritica che occorrerebbe attivare almeno una volta al giorno. Così può scorrere sotto i nostri occhi il senso della human life in contrapposizione della digital life, l’intrusione di questa nella prima e la sua quasi sostituzione ad essa. Internet, la tv ed il cellulare - a cui è dedicato in gran parte il libro – sono strumenti di comunicazione il cui uso dipende da noi, strumenti che riescono ad annullare, o per lo meno, a rendere privi di importanza, il passato ed il futuro. Esiste solo il presente, esiste ed ha importanza solo ciò che si può ottenere nell’immediatezza, che sia un’informazione o la risposta all’invito per un appuntamento. E’ davvero riduttivo,oltre che presuntuoso, ritenere di essere esaustivi sul libro di Andreoli in un post, perché già i titoli dei paragrafi sono indicativi della profondità degli argomenti, per nulla confinati nel recinto delle ipotesi teoriche, ma affondanti nella vita pratica dell’uomo. Leggo e rifletto, sento la necessità di farlo e questo mi porta a considerazioni serene su come mi confronto con internet,con la televisione e con il cellulare. Sono felicemente consapevole che sono io ad usare loro, per le diverse utilità che hanno e di cui posso usufruire, e non viceversa. L’unico appunto che muovo è sulla definizione dei bloggers, ma mi rendo conto che ci sarebbero volute altre decine e decine di pagine per una maggiore e migliore indagine. L’umanità che gira in rete non è altro che una proiezione di quella che si incontra nella vita di tutti i giorni, e,per quel che mi riguarda, le mie relazioni interpersonali nascono dal cuore e dalla mente, non certo dai polpastrelli che si muovono frenetici sui tasti di un cellulare piuttosto che di un pc. Per molti però è così, per tanti il senso di appartenenza al cellulare è molto forte, quasi a diventarne tutt’uno, il cellulare come appendice di sé, come un altro arto del proprio corpo. Organo che rende raggiungibili ovunque, ed il mondo lo è, organo a cui delegare responsabilità di una vita che si consuma nel display, alla disperata ricerca di ricevere un sms piuttosto che una telefonata, perfino quella inopportuna che interrompe un momento delicato con la triste suoneria dell’essere legati a tanti per non essere in realtà legati a nessuno.
martedì, 16 gennaio 2007
Mettendo un po' di ordine in casa, a volte mi capita di fare questi gesti inconsulti, ho trovato sotto ad un po' di documenti, bozze, ecc, un pacchettino. Al tatto sembrava un libro dalla copertina rigida. La carta rossa a cui era voluttuosamente avvinghiato portava il marchio di una libreria. Mizzica! Avevo dimenticato di dare il regalo a qualcuno? L'ho denudato ed ho trovato un libro dalla copertina rigida. Un libro che avevo acquistato per me e che in libreria avevano incartato. E' "Ti amerò per sempre". Beh, che c'è? Il titolo non vi piace? Vi sembra un melliifluo titolo da romanzetto rosa con tanto di cavalieri e donzelle in crinolina? Deng! Sbagliato. E' un libro di Piero Angela col sottotitolo "La scienza dell'amore". Ed è spassoso, divertente, amaro, vero, di tutto e di più. E' bello perché si possono leggere i capitoli o i paragrafi secondo ciò che interessa e non solo disciplinatamente pagina dopo pagina... Moltissime le informazioni dedotte da seri studi sociologi ovviamente. Ad esempio il professor Arthur Aaron, non lo conoscete neanche voi vero?, ha rilevato che il vivere insieme una situazione difficile o emotivamente forte facilita la nascita di grandi amori e grandi amicizie, alla fine il prof ci ride anche su e consiglia, ai ragazzi che volessero creare le condizioni giuste con una ragazza, di portarla sull'ottovolante...
domenica, 07 gennaio 2007
Isabel Allende splendida autrice sudamericana de “La casa degli spiriti”, “D’amore e ombra”, “Ritratto in seppia” e di altri bellissimi romanzi, si è dilettata a trattare in “Afrodita” il tema degli afrodisiaci. Il libro, tra miti e leggende,aneddoti curiosi, accadimenti personali è frutto di una vera e propria ricerca su tutto ciò che, più o meno scientificamente, sembra essere utile per una maggiore resa nel sesso. Non manca nel libro un paragrafo dedicato alle orge ad esempio né quello riservato all’harem come quello che tratta dei filtri d’amore. Il tutto condito, e lo si può senz’altro affermare visto che il protagonista del volume è comunque il cibo afrodisiaco, da un che di divertito oltre che dall’intelligenza ironica dell’autrice. Tra i cibi ritenuti afrodisiaci non potevano non essere citati la cioccolata, la bevanda sacra degli Aztechi chiamata in greco teobroma, cibo degli dèi; il miele, il nettare di Afrodite che, mescolato a un trito di mandorle, era usato da Cleopatra per rendere la pelle vellutata, e questo toglie ogni dubbio su come la regina egiziana avesse conquistato Giulio Cesare e Marco Antonio. Anche molta frutta è ritenuta afrodisiaca specialmente quella la cui forma ricorda le rotondità del corpo femminile come l’albicocca o la pesca che Shakespeare fa usare alle fate come afrodisiaco nel “Sogno di una notte di mezza estate”; la melagrana che in Grecia veniva usata con l’uva ed i fichi nelle cerimonie dei riti dionisiaci; il pistacchio la cui composta sotto forma di dolcetti veniva consumata dalle donne dell’harem per mantenere la propria floridezza. Un paragrafo è dedicato ai vegetali stimolanti e tra questi fa la sua comparsa perfino l’aglio che è ritenuto da sempre erotico; l’asparago che è citato in molte ricette nel “Giardino profumato” come rimedio per “resuscitare l’amante spossato”; il carciofo che pare sia il simbolo di chi sfarfalleggia qua e là; la melanzana che però non gode, è il caso di dirlo, di grande stima a Bali dove vi sono uomini che non la mangiano perché temono che uccida il desiderio; il peperoncino piccante che rappresenta un classico e poi perfino le carote ed il mais. Per quanto riguarda i fiori l’orchidea è un chiaro richiamo alla sensualitàe sessualità, il suo nome deriva dal greco orchìs e cioè testicolo. Le margherite selvatiche significano innocenza; il narciso è il fiore della vanità; l’eliotropio vuol dire devozione in amore; il giglio annuncia un messaggio; il fiore della lavanda è la diffidenza; mentre il profumo di violette e gelsomini, che simboleggiano modestia le prime ed eleganza e grazia i secondi, pare abbia notevole proprietà eccitante. Il libro si conclude con un ricco panorama di ricette ad hoc, ma anche con la notizia che non esiste davvero un cibo afrodisiaco, ma esiste la suggestione che si crea nella nostra mente quando veniamo a sapere che un cibo possiede tale virtù. Ed allora tutto è lasciato, direi anche fortunatamente, alla nostra fantasia, alla nostra capacità di emozionarci, a quanto più lasciamo fare al nostro ES unito , perché no, alle nostre doti culinarie o a quelle del/della nostro/a partner.
mercoledì, 06 dicembre 2006
Mi piacciono i libri, i film e le serie dei telefilm gialli. La passione mi è venuta guardando le avventure di Ellery Queen, con quell'allampanato di Jim Hutton, perfetto nel ruolo. Pensate quanti anni fa. Adoro Agata Christie, soprattutto i suoi racconti con Miss Marple, quella vecchina insolente, pettegola, petulante e assolutamente geniale come personaggio. Trovo però scadenti i film che hanno ricavato dai lavori della Christie, forse condizionata dalle immagini che ho creato nella mia mente leggendo i libri. Uno dei racconti che mi piace di più è "Tre topolini ciechi". Fino ai tempi di "Le strade di San Francisco" non disdegnavo neanche i polizieschi, poi dopo Hunter m'hanno stufato ed ho lasciato che la mia passione per le indagini venisse catturata solo da JAG e il più leggero e commediereccio La signora in giallo. Due serie completamente diverse per approccio, tematiche, luoghi ecc... Comunque indagine sempre era, ricerca della verità, che non sempre corrispondeva con il trovare l'assassino. Un buon giallo non è mai solo omicidio=colpevole di turno, un buon giallo è una trama psicologica ben definita e coinvolgente. La signora in giallo lo guardavo cucinando per il pranzo, lo trovavo piacevole, piaceva anche a Lorys che, rientrava da scuola al momento in cui si risolveva il caso. Ricordo un episodio in cui capii quanto inconsapevolmente possiamo condizionare i nostri figli anche nelle piccole cose. Ricordo un giorno, aveva all'incirca sei anni, in cui uscendo incontrammo una nostra vicina con cui mi fermai a scambiare due chiacchiere proprio davanti casa sua. Lei gli chiese se stesse andando a fare una passeggiata e se papà era al lavoro. Lorys rispose affermativamente ed a sua volta le domandò dove fosse suo marito. " Mio marito non c'è". E Lorys: "E dove è andato?". " Non c'è, perché è morto..." . E Lorys guardandosi attorno: " E dov'è il sangue?".
domenica, 24 settembre 2006
In questi giorni ho citato un poeta siciliano che ha vissuto a cavallo di due secoli, un personaggio di quelli che la storia l’hanno fatta davvero senza che ne venisse riportata una sola pagina agli onori della cronaca. Un uomo che ha coniugato in sé poesia e lotta. Vito Mercadante è stato un sindacalista delle ferrovie, un anarchico, un socialista animato dal pensiero di George Sorel, al quale unì quello che apparteneva al mondo dei contadini. Subito dopo la prima guerra mondiale organizzò le cooperative dei combattenti e creò una cooperativa edilizia dei ferrovieri, inoltre nel 1920 guidò a Palermo lo sciopero nazionale che paralizzò l’Italia per un’ intera giornata. Nonostante il suo operato, ma secondo me a causa del suo operato,fu corteggiato dal fascismo che lo voleva sottosegretario ai trasporti ma, lui, al ministro Rossoni che andò fino a casa sua per convincerlo, fece trovare una stanza piena di garofani rossi e di ferrovieri licenziati dal fascio. Sorte che toccò anche a lui dopo questa dimostrazione. In quegli anni era uno dei protagonisti dell’ambiente culturale di Palermo insieme ad altri poeti con cui si ritrovò a scrivere sulle riviste letterarie. I suoi scritti sono pieni di sensualità, e sono animati dall'amore che ebbe per la su afidanzata che morì giovanissima. Sensuali i versi che ho riportato su Isola Emersa, io sto leggendo cose inusitate per quei tempi e per quel contesto, non solo passione, ma sensualità "sfacciata", lo ripeto. L'amore lo si ritrova nei suoi scritti intrecciato indissolubilmente agli ideali politici, anzi ne sono il motore. E che motore!
...D'amuri, acqui di fonti,sbrizziati,
ciuri d'oru e di purpura v'apriti,
biddizza e giovintù forti cantati;
d'amuri e stiddi e suli vi muviti,
sunnu p'amuri li cosi criati...
d'amuri, ucchiuzzi niuri, mi finiti.
(Vito Mercadante)
venerdì, 19 maggio 2006
E' un libro del 1997 ambientato nell'India di fine anni 60, in cui l'autrice Arundhati Roy racconta attraverso gli occhi di due fratellini, i gemelli Rahel ed Estha, un intreccio di avvenimenti che mostrano quanto la crudeltà sia ad appannaggio di una società intera come di un singolo individuo, e quale distruzione e dolore possano portare quando congiungono le loro forze malefiche. Ammu, una giovane donna divorziata, ritorna in India con i due figli piccoli molto legati tra loro, qui lei si innamora, ricambiata, di un parìa ed insieme infrangono le leggi che regolano il sistema delle caste. Quest'ultimo sembra resistere agli influssi del mondo occidentale, alla diffusione nel paese del marxismo, e vive di vita propria nutrendosi di pregiudizi e piccole e grandi crudeltà. La vicenda di Ammu e Velutha si innesta e si lega a filo doppio con quella dei personaggi che compongono il microcosmo in cui vivono, e che determinano il destino di entrambi, sconvolgendo la vita dei due bambini che ne restano inevitabilmente segnati.
Alla fine Estha e Rahel si ritrovano adulti, con il loro carico di dolore, ne sono appestati e sono loro ad infrangere le regole che dicono "chi devi amare e come e per quanto..." In questo modo danno un senso al loro essere "per sempre morituri".
La storia è raccontata in modo originale attraverso l'uso di flasback continui che non permettono distrazioni; lo sguardo dei due piccoli protagonisti sul mondo attorno è critico, pur nella dolcezza dell'infanzia colpita subdolamente proprio da due persone che amano, lo zio adorato e la prozia Baby Cochamma. Il silenzio in cui, una volta divenuto grande, si chiude Estha è il lancinante "grido" di ribellione verso una società da cui isolarsi per poter sopravvivere. Ne viene fuori il ritratto di un' India contraddittoria e cosciente nell'osservanza delle convenzioni che sfuggono però il controllo dei sentimenti, e nulla possono di fronte all'amore, astrazione sublime dalla realtà, capace di far compiere concretamente i più dolorosi sacrifici.
Ammu e Velutha nei loro incontri segreti in riva al fiume legano questo amore alla vita di piccoli insetti, e sperano nell'esistenza di un dio delle piccole cose, perchè sono quelle a cui possono aggrapparsi non potendo contare sulle grandi, che restano dentro acquattate, timorose. Piccola è la promessa che pretendono l'uno dall'altro al momento di separarsi: domani. L'unica cosa che sanno di poter vivere insieme, un giorno per volta. L'essenza della loro vicenda è in alcuni versi che si ritrovano più volte lungo il suo dipanarsi e che racchiudono il significato di un destino ingiusto compiuto per mano di altri.
"Poteva fare una cosa alla volta.
Se la toccava non poteva parlarle
se l'amava non poteva andarsene
se parlava non poteva ascoltare
se lottava non poteva vincere."
domenica, 07 maggio 2006
Dicevo... di Coelho, Allende, Marquez,Sepùlveda... scrittori intensi e "pasionari" con un percorso di vita da brivido, senza il quale forse non avrebbero posseduto quel quid in più di umanità e sensibilità che me li fanno amare così tanto e che traspare concretamente nei loro libri. Coelho è stato internato a suo tempo perché considerato "diverso", di questa esperienza dolorosa ne scrisse solo dopo che morirono i genitori nel libro "Veronica decide di morire", lasciate perdere il titolo, il romanzo è bellissimo pieno di disperata speranza. Nel libro "Undici minuti" riesce a parlare di un argomento scabroso come la prostituzione, con descrizioni esplicite di sesso, con estrema sensibilità; le pagine del diario della protagonista Maria sono intense, molto forti e poetiche allo stesso tempo. Sepùlveda ha conosciuto la tortura,ne parla ne "La frontiera scomparsa", bellissimo anche la raccolta dei racconti "Incontro d'amore in un paese in guerra"; molto grazioso un libricino di Sepùlveda "Diario di un killer sentimentale", purtroppo io l'ho trovato prevedibile già dopo due pagine ma questo perché conosco a fondo lo stile dell'autore. Isabel Allende, con quel cognome che ha non le si può certo attribuire una vita noiosa o per lo meno tranquilla, esilio avventuroso il suo e quello della sua famiglia, vita che da sè è già un romanzo a cui si è aggiunta negli anni scorsi la morte della giovane figlia a causa di una malattia, la "porfiria". Feci conoscere la Allende ad una mia amica molto tempo fa, prestandole "La casa degli spiriti" e lei in seguito mi ha battuto mostrandomi la scorsa estate, quando andai a trovarla, tutti i libri della scrittrice cilena. Il film tratto dal libro invece, mi ha un po' deluso, non di certo per le interpretazioni di attori come Meryl Streep, Antonio Banderas, Winona Ryder, Glenn Close ed il grande Jeremy Irons, ma perché nella riduzione cinematografica la storia necessariamente ha perso molto. "La casa degli spiriti" inoltre è diventato il primo romanzo di una trilogia all'incontrario, perché il racconto va a ritroso nel tempo, gli altri due sono "La figlia della fortuna" e "Ritratto in seppia", belli entrambi ma meno affascinanti del precedente. Non cito tutti i suoi libri, ma consiglio davvero la lettura de "Il mio paese inventato", ovvero il Cile visto con ironia e amore, con disincanto e dolcezza, scritto con mano felice, tanto che la lettura procede senza intoppi, molto piacevolmente. Il mio amore letterario e la mia stima umana per questi autori segue un filo conduttore, un fil rouge che li lega tutti, anzi due. Il primo è l'intreccio di tre elementi fondamentali dei loro romanzi: magia, amore e morte. Lo dice Isabel Allende che il popolo cileno è molto superstizioso, ma credo, leggendo gli altri autori, soprattutto Marquez ("Dell'amore ed altri demoni", per esempio) che sia una cosa diffusa in tutto il mondo latinoamericano. Un mondo che si ritrova in pieno nelle loro parole, difatti questi scrittori non parlano mai solo di alcuni personaggi. Caratteristica che manca ai nostri italici scrittori, e me ne rammarico, almeno io. Questo è il secondo filo conduttore, la coralità all'interno della quale i protagonisti si distinguono nitidamente, ma di loro si capisce perfettamente che senza quel mondo, senza quel popolo che solo apparentemente può sembrare di sottofondo, non potrebbero aver vita e senso. Leggere di Blanca o di Clara, di Esteban Trueba o di Sierva Maria è leggere di un popolo, della sua lotta, della sua passione, è comprendere la Storia attraverso le storie, e questo è esaltante.
lunedì, 01 maggio 2006
"Perché è la perdita la misura dell'amore?". se lo chiede il protagonista del libro "Scritto sul corpo" di Jeanette Winterson. In realtà l'io narrante, personaggio principale,potrebbe anche essere una protagonista. Sì, perché per tutte le 202 pagine del romanzo non c'è nessun riferimento al suo sesso nè viene mai pronunciato il suo nome.Di sicuro c'è che si tratta di una persona con una tendenza bisessuale, ma se sia un uomo o una donna non è dato saperlo con certezza: il tutto è lasciato all'immaginazione del lettore.Sinceramente poco dopo aver iniziato la lettura del libro io non me lo sono chiesta più, anzi la cosa mi è risultata irrilevante da sapere o scoprire, priva di importanza perché la storia prende fortemente il sopravvento, sia per il racconto in sé sia per il modo in cui è scritto, con abilità senza alcun dubbio. E poi con un soffuso erotismo, ma senza la platealità della dimostrazione linguistica, con una verve ironica che allenta la tensione drammatica e, soprattutto, con passione. Il tutto per un risultato letterario molto coinvolgente. Resta la domanda iniziale, resta sospesa e senza risposta e non solo nel libro. Lo è nella nostra vita essenzialmente: perché occorre perdere qualcuno per renderci conto di quanto l'amiamo o anche solo che l'amiamo? Ma c'è da chiedersi anche: è il timore di perdere chi amiamo che impedirà che questo succeda?
