Vorrei sapere cosa ci facevi dentro una pentola smaltata di rosso. Non ci può essere luogo meno adatto di questo per conservarti. E però meno male che ti ho scovato, che se non fossi andata a rassettare da mia madre non avrei avuto tue notizie. Ho sollevato il coperchio e mi sei apparsa di colpo, mi hai fatto l’occhiolino dal fondo della pentola e dopo un primo stupore ti ho tirata fuori salvandoti da un destino di ulteriore dimenticanza. Ho girato e rigirato la custodia che ti conteneva tra le mani, accarezzandola come se dal suo sfregamento potesse venire fuori un mio personale genio. Quanti anni avrai? Più di trenta di sicuro. Un cimelio di famiglia. Sei stata l’artefice di foto sfocate, scattate dal dito inesperto di uno di noi. Da te è nata una summa di ricordi cartacei stampati su carta lucida o ruvida, a colori o in bianco e nero. Noi al fiume, in campagna, col cane, con i cugini, in posa oppure no. Se guardo le foto che ho in casa immagino cosa sia successo prima e dopo lo scatto: di una ricordo un litigio con uno dei miei fratelli che si metteva per dispetto tra me e l’obiettivo, in un’altra vedo la bimba riccioluta appoggiata al tronco di un grande gelso, in posa civettuola sfoggiando i suoi occhiali finti comprati ad una fiera di paese. Ogni foto è una storia da ricostruire, un momento da ricucire, attraverso la memoria, ad una giornata particolare, ad un evento piccolo o grande della mia vita. Ho deciso. Proverò a rianimarti, il tuo anacronismo accanto alla moderna digitale non mi spaventa, anzi, è stimolante. Sei tra le mie mani e mi emoziono, sei un piccolo ammasso metallico, freddo al tatto, bruttino non poco, ma pieno della calda luce che hai dato alla mia vita.
nel vento:rewind, for me


















Ma il ricordo più bello riguarda la mia performance come cantante. No,non parlo di quando durante un concerto mi offrii volontaria per salire sul palco e cantare insieme al gruppo che si esibiva “Linda, Linda, Linda… balla Lindaaaaaaaaaaa”- ero piccola e incosciente. Mi riferisco a quella volta in cui, in quinta elementare, partecipai ad un concorso regionale di musica sacra con alcuni compagni e bambini di altre due classi parallele. Ci preparò un frate francescano che è rimasto nei cuori della mia comunità e a chi lo ha conosciuto ha lasciato molto. Presentammo tre pezzi di cui due obbligatori per tutte le scuole partecipanti e, adesso, mentre scrivo, mi risuona nelle orecchie la canzone che mi piaceva di più e che faceva: “In riva ai fiumi di Babilonia, là ci sedevamo piangendo nel ricordarci di Sion. Ai salici piangenti appendemmo le nostre cetre …” Eravamo tre soliste accompagnate da un coro eccellente e tutti si accorsero della nostra bravura tanto che abbiamo vinto stracciando una nutrita concorrenza!! Ma noi quel giorno nella chiesa di San Domenico di Palermo pensavamo solo a divertirci, correndo come forsennati e bagnandoci alla fontana del chiostro mentre aspettavamo il nostro turno. Quando toccò a noi ritrovammo la disciplina con la quale ci eravamo preparati e cantammo emozionatissimi dentro alla Chiesa pienissima di gente. Durante una pausa noi soliste, schierate un po’ più avanti del coro, guardavamo con perplessità dei signori col camice bianco indaffaratissimi accanto a quelle che capimmo essere le macchine da ripresa televisiva. Ad una delle mie due compagne che pensava fossero infermieri io risposi con sicurezza ed a bassa voce: “macché, sono dottori,vedi quanta gente c’è?”.