martedì, 20 maggio 2008

Ilford

Vorrei sapere cosa ci facevi dentro una pentola smaltata di rosso. Non ci può essere luogo meno adatto di questo per conservarti. E però meno male che ti ho scovato, che se non fossi andata a rassettare da mia madre non avrei avuto tue notizie. Ho sollevato il coperchio e mi sei apparsa di colpo, mi hai fatto l’occhiolino dal fondo della pentola e dopo un primo stupore ti ho tirata fuori salvandoti da un destino di ulteriore dimenticanza. Ho girato e rigirato la custodia che ti conteneva tra le mani, accarezzandola come se dal suo sfregamento potesse venire fuori un mio personale genio. Quanti anni avrai? Più di trenta di sicuro. Un cimelio di famiglia. Sei stata l’artefice di foto sfocate, scattate dal dito inesperto di uno di noi. Da te è nata una summa di ricordi cartacei stampati su carta lucida o ruvida, a colori o in bianco e nero. Noi al fiume, in campagna, col cane, con i cugini, in posa oppure no. Se guardo le foto che ho in casa immagino cosa sia successo prima e dopo lo scatto: di una ricordo un litigio con uno dei miei fratelli che si metteva per dispetto tra me e l’obiettivo, in un’altra vedo la bimba riccioluta appoggiata al tronco di un grande gelso, in posa civettuola sfoggiando i suoi occhiali finti comprati ad una fiera di paese. Ogni foto è una storia da ricostruire, un momento da ricucire, attraverso la memoria, ad una giornata particolare, ad un evento piccolo o grande della mia vita. Ho deciso. Proverò a rianimarti, il tuo anacronismo accanto alla moderna digitale non mi spaventa, anzi, è stimolante. Sei tra le mie mani e mi emoziono, sei un piccolo ammasso metallico, freddo al tatto, bruttino non poco, ma pieno della calda luce che hai dato alla mia vita.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 11:30 | Permalink | commenti (6) | commenti (6)(Popup)
nel vento:rewind, for me
mercoledì, 23 aprile 2008

zagara1

In una stradina in pieno centro del paese un alto muro in pietra racchiude un piccolo agrumeto e passando di lì rallenti per riempirti del delicato profumo di zagara che in questi giorni si diffonde. E in un attimo sei bambina alle prese con la prima gita alle elementari: in un pomeriggio assolato, in una delle bancarelle nei pressi della Valle dei Templi, hai comprato per tua madre una boccetta di essenza di fiori d’arancio così concentrata da rivelarsi all’olfatto piuttosto pestilenziale. Molto meglio per te il profumo che si sprigionava dalla buccia del mandarino spremuta sulla fiammella di una candela, ti piaceva anche lo sfrigolio delle gocce al contatto con la piccola e tremolante lingua di fuoco.
Cammini verso casa con il profumo della zagara che ti accompagna persistente ed allo stesso tempo discreto, lo senti attorno a te, ti avvolge setoso e morbido e tu lo lasci fare. E’ la primavera che rivela la sua presenza gentile nonostante il suo bizzarro carattere ti costringa a stringerti nel giubbino che indossi.
Certo sa come farsi perdonare e tra qualche giorno, quando esploderà la ginestra, si pavoneggerà sfacciata davanti ai tuoi occhi.
Vorresti che la tua passeggiata non finisse, anzi, meglio, vorresti sederti e lasciarti accarezzare l’anima e la memoria che si aprirebbe verso altri ricordi rannicchiati dentro di te. Li tireresti fuori e sai che alcuni, tanti, avrebbero lo sguardo di tuo padre che tornava la sera con il camion carico di arance da portare ai mercati generali l’indomani. Il profumo degli agrumi gli restava addosso e lo sentivi mentre saliva le scale di casa.
Altri avrebbero la faccia di tuo fratello che disegnava con una penna occhi, naso e bocca sulla buccia delle arance nella fruttiera della cucina, e qualche volta sulla stessa vi dedicavate pensieri poco carini, tanto per litigare in maniera più originale.
Ti fermi un attimo e ti volti, l’agrumeto è alle tue spalle da un pezzo e non ti sei accorta della strada che hai fatto. Ci pensi su, alzi gli occhi per osservare una nuvola più ombrosa delle altre, e tiri dritto sorridendo verso casa.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 17:11 | Permalink | commenti (21) | commenti (21)(Popup)
nel vento:rewind, io
sabato, 12 aprile 2008

Rammarico. Quello che mi resta per non averti visto prima che. Tutta colpa di quella serie di contrattempi che mi hanno portato a dire “in questi giorni andrò”, ma in cuor mio sapevo che era solo un modo per non vederti mentre con gli occhi assenti dicevi parole sconnesse. In fondo è meglio ricordarti come quella volta in cui mi hai fatto prendere la foto dello zio dall’armadio per aver ancora l’occasione di parlarmi di quel giovane marito morto in guerra. Come eri giovane tu che sei rimasta con una bimba da crescere e, forte come sei sempre stata, lo hai fatto superando problemi di ogni sorta. Ostinata e cocciuta donna di un tempo, te ne sei andata con un bel carico di vita sulle spalle e non come lei, lei che a soli 38 anni ha chiuso gli occhi per sempre una settimana fa. Nonostante avesse una buona vita e fosse amata si sentiva sola, e quel peso le era insopportabile. Lei ci ha lasciati confusi, ha annichilito i genitori, il marito, andando via in un modo che le è stato magari dolce, quasi a sollevarla definitivamente mentre noi siamo rimasti ad allungare mestamente la lista dei giovani della nostra famiglia che sono volati via, verdi foglie cadute prima dell’ autunno. E poi tu. Da ieri sera un mare di immagini si affastellano nella mia mente, alcune si rincorrono, altre si fermano per più tempo e pretendono di ricevere più attenzione. Io che da bambina spesso dormivo da te, che ti accompagnavo ad Agrigento per le tue commissioni ed al ritorno non fiatavo se cucinavi minestra, questo mamma non lo sa. Il tempo è passato è c’è un altro bambino che ti saluta dandoti un bacio sulla guancia, mentre tiri fuori dalla tua borsa un sacchetto di caramelle mou alla fragola. “Zia così lo viziamo.” Ma il sorriso con cui ti contraccambia mio figlio mi zittisce ed il mio sospiro la dice lunga sul fatto che resterò inascoltata su questa cosa. Si lo so che non avevi un carattere facile e la solitudine in cui sei rimasta dopo la morte dello zio ha contribuito a questo, ma non dimenticherò mai gli stravaganti slanci con cui mostravi il tuo affetto, tutto da scovare dietro la tua immagine severa e a volte accigliata. Ma tanto era una posa, una forma di autodifesa che con il tempo ti sei costruita addosso un po’ per la fatica di andare avanti da sola, un po’ perché i geni dell’intransigenza danzano nel dna della nostra famiglia, salvo eccezioni. Ti guarderò ancora tra poco e mi sembrerà di cogliere nel tuo viso uno di quei rimproveri che mi facevi quando passavo a trovarti “ah, cca si? e comu va? miiii, bedda si”, e senti, se la incontri, lei che non ha vissuto quanto te, che so, vedi un po’ se trovi una caramella alla fragola…

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 08:59 | Permalink | commenti (15) | commenti (15)(Popup)
nel vento:rewind, pause, lessico familiare
giovedì, 31 gennaio 2008
Quattro paia d’occhi si guardavano a vicenda in maniera interrogativa. La stanza, colorata d’azzurro e piena di posters di idoli musicali del periodo attaccati alle pareti, ospitava altrettante ragazze sedute su due letti uno di fronte all’altro. Il pomeriggio indugiava sulle loro figure mentre chiacchierando ascoltavano la musica.
- “Allora che facciamo?”
- “Per me va bene.”
- “Non so… boh.”
- “Ma sì… dai.”
Ci volle un po’ di pazienza per saccheggiare gli armadi delle rispettive case, per trovare abiti dismessi dei papà, vecchie scarpe bucate e qualche coppola. Il martedì grasso si ritrovarono nella stessa stanza azzurra per effettuare il loro travestimento alla buona e truccarsi con i cosmetici a disposizione.
Ne venne fuori un quadretto di facce rosse e cravatte sgargianti provenienti direttamente dagli anni ’70. Si guardarono divertite controllando che ogni cosa fosse regolarmente fuori posto! Il momento clou era arrivato, occorreva uscire di casa per passare in maniera diversa quella giornata che altrimenti sarebbe stata, nel piccolo paese in cui vivevano, una tipica e uggiosa giornata di febbraio. Tirarono un sospiro e uscirono armate di coriandoli, stelle filanti e lingue di menelik con cui si fecero notare passando per la piazza principale del paese, dove alcuni anziani le guardarono con non poco scetticismo mormorando “ma chi vannu facennu chiddi?”. Qualcuno però ammiccava sorridendo, mentre un po’ di ragazzi si fermarono ad osservarle incuriositi. Le ragazze si divertirono moltissimo andando in giro per il paese,lanciando i loro coriandoli sui passanti e rendendo memorabile quella serata facendosi immortalare in uno studio fotografico. Lo sfondo con la pianta finta non era niente in confronto al somarello di plastica rossa su cui si posizionò una delle quattro. Un momento ed uno scatto le fermò sorridenti e allegre su carta patinata.
Si parlò molto di loro quella volta e, guarda caso, dall’anno successivo in paese per il periodo di carnevale si moltiplicarono i gruppi mascherati; molti furono anche più sofisticati delle nostre ragazze ma di sicuro non più solari. Ogni tanto guardo quella foto, io sono quella sul somarello di plastica rossa.
raccontato da: Adelaide_Spallino alle 17:46 | Permalink | commenti (17) | commenti (17)(Popup)
nel vento:rewind
venerdì, 04 gennaio 2008

LP

“Ma’ ci sono dei Cd in cantina, te li porto su?”
Quelli che mio figlio chiama Cd sono in realtà degli LP,gli ultimi rimasti - di una gloriosa serie - abbandonati in cantina, appunto, tra oggetti presi di mira dalla polvere del tempo impietoso. Quando li ho presi in mano, dopo anni che non li consideravo più, mi sono accorta che la loro copertina era praticamente come nuova ed il vinile, di cui sono fatti, intatto, senza nessun graffio. Ne ho confrontato la grandezza con i dischi di adesso ed ho notato la notevole differenza di ingombro. Però che ricordi! Mi è sembrato di sentire nelle orecchie ancora il fruscio del disco o quel dispettoso salto della puntina a causa perfino di un granello di polvere. Da bambina, di 45 giri e 33 giri, come anche venivano chiamati i dischi in vinile, ne ho visti e sentiti di tutti i tipi e di tutte le musiche visto la varietà di interessi che apparteneva ai componenti della mia numerosa famiglia. Ricordo un singolo che le mie sorelle tenevano segreto, una canzone fatta di sospiri di inequivocabile origine che io riuscii ad ascoltare, restando perplessa per tutto il tempo e cercando di capire cosa ci fosse in quella canzone di così interessante, e il cui titolo, se la memoria non mi inganna, era “La prima volta”. Un giorno, invece, a casa di una mia compagna di giochi trovammo dei 78 giri del nonno che per noi, all’epoca alte un soldo di cacio,costituirono un vero e proprio dilemma: quanto dovevano essere stati grandi i giradischi che li avevano accolti? Se penso a quanta musica va in un piccolo arnese chiamato Ipod ho come l’impressione che dai vinili ad ora deve essere passata una enormità di anni,invece è solo qualche decennio di rutilanti, veloci cambiamenti, nulla più. Ho dato una spolverata ai miei LP ed ho deciso di riporli in libreria, tra le cose che non accumulano polvere né dimenticanze varie.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 13:57 | Permalink | commenti (18) | commenti (18)(Popup)
nel vento:rewind
sabato, 15 dicembre 2007
Alzo gli occhi dal libro per osservare mio figlio chino sui compiti, mi colpisce l’aria assorta che ha mentre con la mano destra tiene sospesa la penna sul quaderno a quadretti.
“Che fai?” gli chiedo.
“Geometria, un problema un po’ complicato.”
“Ti serve una mano?”
So che la domanda potrebbe suscitare la sua ilarità, visto che è nota la mia ritrosia ad apprendere qualsiasi nozione che abbia a che fare con la matematica. Meno noto è il fatto che di geometria alla scuola media me la cavavo molto bene. I miei compiti in classe sulla materia riportavano quasi sempre lo stesso conciso giudizio della mia professoressa: il procedimento è esatto; tranne quella volta in cui il mio già florido orgoglio, unito ad una smisurata cocciutaggine, interruppe questa bella tradizione. Il complesso compito in classe aveva per protagonisti un prisma ed una piramide ma io ebbi ben chiaro il procedimento con il minimo sforzo. Senonchè mi si parò davanti quello che si dimostrò uno scoglio insuperabile. Alcuni dati si sarebbero dovuti ricavare da altrettante equazioni, cosa che non mi riuscì di fare anche dopo svariati tentativi. Il tempo passava ed il mio nervosismo aumentava. Quando la professoressa se ne accorse mi disse di utilizzare le soluzioni previste in calce al problema e di andare avanti col compito tralasciando le equazioni. Quell’aiuto mi sarebbe comunque costato qualche voto in meno. Beh, rifiutai l’aiuto e consegnai il foglio in bianco, meritandomi un negativo “non ha eseguito il compito”. Altro che premio per aver mantenuto alto il mio amor proprio. Col tempo ho imparato a mitigare ed a gestire l’orgoglio, sulla cocciutaggine ehm… ci devo ancora lavorare. E ne ho conosciute di persone che hanno sepolto nell'orgoglio un “ho bisogno di te”, piuttosto che un “ho sbagliato, scusami”… e sentimenti, emozioni, tutto nascosto e mortificato. Persone incuranti del fatto che l’orgoglio troppo spesso non paga e quando lo fa usa moneta falsa, perché è falsa ed effimera la gratificazione che regala. “Provo da solo mamma, ma… se non riesco mi aiuti tu.”   
raccontato da: Adelaide_Spallino alle 19:59 | Permalink | commenti (4) | commenti (4)(Popup)
nel vento:rewind, lessico familiare, vitamea
venerdì, 09 novembre 2007

Ieri sera un piccolo inconveniente ha avuto il merito di regalarmi più di un sorriso. Le pile del telecomando si sono scaricate e non avendone altre in sostituzione sono tornata indietro nel tempo, a quando ero piccola e la tv aveva la manopolina per cambiare gli unici due canali che trasmettevano in bianco e nero. Allora fare lo zapping era alquanto difficoltoso, non solo per la scarsa varietà di canali da guardare, ma anche perché il telecomando umano di turno – di solito mio fratello Mauri o io - spesso non voleva alzarsi e non rispondeva al suggerimento “vidi chi c’è addabbanna”(letteralmente: vedi cosa c’è dall’altra parte).
Anche se i miei mi mandavano spesso a letto dopo Carosello ho una memoria molto fornita di ricordi su programmi televisivi dell’epoca perché non ho mai perso l’occasione di vedere le repliche in seguito, gli spezzoni, i bellissimi pezzi di archivio di una tv che oggi nessuno più è capace di fare. Tra i parenti e gli amici del quartiere noi siamo stati i primi ad avere quella sorta di scatola poco elegante a dire il vero e da noi ci si riuniva per vedere Canzonissima ad esempio. Ricordo una mia già anziana prozia che, in una di queste occasioni, disse con perplessità: “ma ji nun lu sacciu, comu ci stannu tutti sti cristiani ddocu dintra?” (ma io non so, come fanno a starci tutte queste persone là dentro?). Devo dire che sarebbe stato alquanto complicato farglielo capire per chi avesse voluto cimentarsi nella spiegazione.
E così ieri sera, orfani del telecomando, ho detto a Lorys: “vediamo cosa c’è su RaiUno?” e lui: “sì, ma alzati tu."

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nel vento:rewind, vitamea
mercoledì, 31 ottobre 2007

Ho un ricordo di me bambina e di un grigio mattino di novembre in cui mi sono svegliata prestissimo nel lettone dei miei genitori. E’ un’immagine che mi è cara ed ancora, quando ci ripenso, nettamente mi vedo mentre,seduta tra le coperte, stropiccio gli occhi e guardo di fronte: sul comò un grande vassoio pieno di dolciumi e tra questi fanno bella mostra di sé frutta martorana, tetù e pupi di zuccaru. E’ un 2 novembre qualsiasi e la camera dei miei è piena di profumi; intanto la stessa sorte è toccata ai miei fratelli, nel rispetto di un’antica tradizione popolare che però è un vero attentato ai denti. Quel giorno, dopo aver preso coscienza della quantità di leccornie, e non solo, che, secondo quanto raccontato dagli adulti di casa, mi avevano portato durante la notte i nonni defunti, la mia sgargiante damigella di zucchero venne riposta in una vetrina della sala da pranzo, accanto ai paladini regalati ai miei fratelli, perché così mia madre poteva tenere sotto controllo quella tentazione. Dopo un po’ di giorni si accorse che le statuine, integre sul davanti, erano state consumate nel lato posteriore: quando si dice non andare mai oltre a ciò che vedono gli occhi.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 16:05 | Permalink | commenti (15) | commenti (15)(Popup)
nel vento:rewind
domenica, 16 settembre 2007

spuma

L’ombrellone è poggiato alla parete pronto per essere riposto in soffitta mentre da qualche parte dentro di me, tra il cuore e la mente, conserverò l’estate che è agli sgoccioli.
Parlo di sabbia tra i capelli, dei teli mare coloratissimi, del vento sulla spiaggia, di un verde bosco e di un civettuolo cappello di paglia che Dario mi ha comprato in una calda mattina ad Agrigento.
Da archiviare anche i momenti tristi, le immancabili delusioni che, arrivati come grossi cavalloni a sferzare queste rive, ritornano ancora sotto forma di ricordi ma approdano in piccole risacche che accarezzano l’Isola.
Lorys è cresciuto di una spanna in questi mesi e ieri mi ha raccontato di una signora che ha chiesto ad una parente, con la quale lui si trovava, chi fosse quel “ragazzo.” In quel momento ho guardato l’orlo dei suoi pantaloni per rendermi conto che si è accorciato davvero. Il mio ragazzo: naturale arbitro, con la sua sola presenza, tra le mie fisime e le mie speranze. Ma anche queste ultime son delle manie spesso.
Ho smesso di tormentarmi perché non riesco a scrivere poesie, ed accetto questa mancanza, pensando che magari se la ignoro succederà qualcosa e di nuovo potrò essere preda del sacro fuoco dell’ispirazione. Non forzerò le cose, non starò a guardare la lineetta lampeggiare con urgenza sul foglio di word. Nel frattempo farò altro: racconti. Ma di più non dico. L’autunno è vicino e ne sono contenta. Ottobre è alle porte, lo sento. Sento il suo profumo avvicinarsi, i suoi colori già sono qui. Deve solo svoltare l’angolo.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 07:59 | Permalink | commenti (11) | commenti (11)(Popup)
nel vento:pensieri, rewind, io fotografo
venerdì, 14 settembre 2007

Parlando con Mirco di laboratorio teatrale con gli alunni mi sono ricordata delle mie scarse recite scolastiche. Alle elementari, quando la Storia sapeva (e forse ancora sa) di narrazione, la maestra ci faceva sceneggiare piccoli eventi, più che altro curiosi. Mi è rimasta impressa Cornelia ed il suo “Ecco i miei gioielli” indicando i figli: i Gracchi. Ho interpretato questa famosa madre, come del resto tutte le mie compagne a turno, ma non mi pare fossi credibile. Più fortuna ho avuto alle medie quando, durante una recita natalizia, ho interpretato un vecchina – ruolo comico - che aveva una cameriera più rimbambita di lei. Al Liceo ho impersonato la parte della studentessa semi -ribelle per cinque anni, no aspé lì non recitavo Ma il ricordo più bello riguarda la mia performance come cantante. No,non parlo di quando durante un concerto mi offrii volontaria per salire sul palco e cantare insieme al gruppo che si esibiva “Linda, Linda, Linda… balla Lindaaaaaaaaaaa”- ero piccola e incosciente. Mi riferisco a quella volta in cui, in quinta elementare, partecipai ad un concorso regionale di musica sacra con alcuni compagni e bambini di altre due classi parallele. Ci preparò un frate francescano che è rimasto nei cuori della mia comunità e a chi lo ha conosciuto ha lasciato molto. Presentammo tre pezzi di cui due obbligatori per tutte le scuole partecipanti e, adesso, mentre scrivo, mi risuona nelle orecchie la canzone che mi piaceva di più e che faceva: “In riva ai fiumi di Babilonia, là ci sedevamo piangendo nel ricordarci di Sion. Ai salici piangenti appendemmo le nostre cetre …” Eravamo tre soliste accompagnate da un coro eccellente e tutti si accorsero della nostra bravura tanto che abbiamo vinto stracciando una nutrita concorrenza!! Ma noi quel giorno nella chiesa di San Domenico di Palermo pensavamo solo a divertirci, correndo come forsennati e bagnandoci alla fontana del chiostro mentre aspettavamo il nostro turno. Quando toccò a noi ritrovammo la disciplina con la quale ci eravamo preparati e cantammo emozionatissimi dentro alla Chiesa pienissima di gente. Durante una pausa noi soliste, schierate un po’ più avanti del coro, guardavamo con perplessità dei signori col camice bianco indaffaratissimi accanto a quelle che capimmo essere le macchine da ripresa televisiva. Ad una delle mie due compagne che pensava fossero infermieri io risposi con sicurezza ed a bassa voce: “macché, sono dottori,vedi quanta gente c’è?”.
Erano i cameramen.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 18:15 | Permalink | commenti (15) | commenti (15)(Popup)
nel vento:rewind