martedì, 06 maggio 2008

Castello di Caccamo

Le colline, attraverso le quali la strada apre il suo varco asfaltato, offrono un vario spettacolo di colori: la “sulla” violacea prende il sopravvento sul resto ma altrettanto prepotente si affacciano nell’erba piccole distese di margherite gialle e macchie di colza che qua e là non disdegna di farsi notare. Per raggiungere Caccamo, cittadina medievale in provincia di Palermo, si percorre un tragitto che regala agli occhi un panorama di quelli che si è usi catalogare alla voce “mozzafiato” con il verde che assume in lontananza la tonalità degli azzurri tipici dei profili delle montagne. Man mano ci si avvicina al posto si scorge maestoso il Castello, eretto su un costone a strapiombo il cui primo impianto sembra essere stata una torre di avvistamento attorno a cui venne costruita in seguito una cinta muraria. Il Castello attuale è il risultato di costruzioni e rifacimenti avvenuti nell’arco di ben otto secoli durante i quali si sono susseguite le signorie a cui è appartenuto. Attorno a queste ovviamente ruotano storie di tradimenti e congiure come il periodo voleva, e la guida che accompagna i visitatori nella visita del maniero mette al corrente anche di trucidi modi per confrontarsi con i nemici. Guglielmo I ad esempio usava ospitare i suoi, irretendoli probabilmente con la falsa promessa di una conciliazione, presso una piccola cappella votata alla preghiera comune. Il malcapitato assorto in ginocchio in qualche Pater Noster finiva i suoi giorni neanche a metà della prece visto che, improvvisamente, si apriva una botola, debitamente nascosta da un tappeto, proprio sotto di lui ed il povero cadeva infilzandosi come un pollo allo spiedo su una lancia. Che i tempi siano cambiati lo dimostra il fatto che tutt’al più oggi, che so un Berlusconi qualsiasi punisca i suoi nemici con la visione di uno spettacolo del Bagaglino! All’interno del Castello alcune sale sono state ristrutturate in maniera tropo moderna, diciamo da appartamento di una via del centro ma vi si possono trovare pezzi d’epoca come armi bianche o da sparo: a me piacciono in particolar modo le baionette, mi sanno tanto di guerra tra sudisti e nordisti, di dame in crinolina che salutano languide i loro amati che partono per un destino sì crudele!
Beh, sorvolo sul fatto che poi una visitatrice del Castello abbia notato in un angolo un reperto poco medievale e ci abbia fatto su una battuta spiritosa non compresa dalla guida che si è affrettata a cambiare discorso: ma le guide devono essere per forza permalose? Comunque la nostra ci richiama all’ordine e, con il suo anonimo cantilenare storie e leggende (provate voi a ripetere per migliaia di volte sempre la stessa solfa a visitatori ora distratti ora indisciplinati ora…eehhmmm spiritosi ed alla fine vi ritrovereste con una voce lamentosa e priva di verve) ci indica una nicchia sul cui pavimento un vetro copre quella che doveva essere un’altra botola, solo che da questa il signore del castello auscultava i palpiti delle cantine, i sussurri dei prigionieri e le ricette delle cucine. E ne aveva ben donde, coi tempi che correvano! Lo spettacolo però arriva con la vista che si gode salendo sul punto più alto del Castello, all’orizzonte c’è un po’ di foschia perché altrimenti, dice la guida permalosa, si vedrebbe perfino Monte Pellegrino di Palermo. Vi lascio qui, con l’aria frizzante che scompiglia i capelli ed un profumo di primavera che avvolge la storia della mia isola.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 09:27 | Permalink | commenti (19) | commenti (19)(Popup)
nel vento:di terra e di fuoco, io fotografo
lunedì, 28 aprile 2008

Selinunte1

La strada va come una musica jazz e Paolo Conte canta seguendo le curve orlate da un nastro continuo di colori sgargianti: quelli dei fiori che si affiancano fittamente l’uno all’altro, dal giallo delle margherite al rosso dei papaveri. Una giornata soleggiata, ma fresca, di un aprile agli sgoccioli sembra avere tutte le buone intenzioni di accompagnarci incondizionatamente, mentre i profili del paesaggio fuori dall’auto cambiano sotto ai nostri occhi: dalle rotondità delle mie piccole montagne alla morbidezza della Valle del Belice è un susseguirsi di prati selvaggi e campi coltivati, di uliveti e frutteti rigogliosi fino alla disciplinata distesa di filari di viti. Ogni volta che vado a Selinunte mi tocca ricredermi sul carattere di ovvietà che quel luogo assume nella mia mente tra una visita e un’altra: cose già viste, sempre i soliti templi ecc… Ed invece ancora una volta mi sono sorpresa ed ancora una volta mi sono data della stolta per aver osato solamente pensare una scempiaggine simile, e questa volta è diverso perché in primavera non c’ero mai stata. Il luogo stordisce il mio olfatto con il profumo che arriva dal mare portato da un vento incessante che fa ondeggiare le fronde degli eucalipti, incanta i miei occhi con uno spettacolo pirotecnico di colori circondato dal laborioso ronzio delle api. I templi si mostrano in tutta la loro imponenza e perfino i ruderi emanano un fascino antico mentre ordinati turisti ascoltano attenti le loro guide per poi sciamare tra le colonne e le varie zone del grande parco archeologico. Si cammina molto a Selinunte e c’è pure il tempo per una provvidenziale raccolta di “vavaluci” che le mani afferrano a grappoli da arbusti e spini tra lo stupore di qualche turista che si sofferma a chiedere cosa siano e se siano qualcosa di simile alle vongole! Ma la divertente parentesi ha solo la pretesa di farci smaltire la distanza tra un tempio e l’altro, il resto è qualcosa che si può archiviare nella memoria alla voce: incanto.

Ed in mezzo il mare

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 18:04 | Permalink | commenti (12) | commenti (12)(Popup)
nel vento:di terra e di fuoco
giovedì, 18 ottobre 2007

radici


Non mi sono mai sentita così legata alla mia terra come in questo ultimo anno. Me ne rendo conto ogni volta che parlo di lei a qualcuno che non la conosce, ogni volta che descrivo i suoi profumi e sento che me ne inebrio al solo ricordarli. Vivere in un piccolo paese poi aiuta a mantenerli vivi, visto che invadono come niente e piacevolmente l’aria attorno: così è in questo periodo per l’odore del mosto e delle carrube che molti ancora utilizzano ad esempio. Sento che col tempo ho affondato ancora più le mie radici su quest’isola,  quelle radici che porterei sempre con me ovunque andassi: come fanno i parenti che chiamano dall’America e chiedono di poter loro recapitare i semi del pomodoro a “bummuliddu.” Ricordo la prima volta che andai a Bologna da mia sorella che si era trasferita lì da sposata. Avevo dieci anni, era agosto ed il cielo era quasi sempre avvolto da una sorta di caligine biancastra. Un mattino mi trovarono in lacrime al balcone e quando mi chiesero il motivo di quel pianto risposi “non vedo il sole!” Ogni volta che ho fatto un viaggio è stato con la consapevolezza del ritorno, ed ogni volta, nonostante mi trovassi bene dove ero, non vedevo l’ora di tornare, in preda a quella nostalgia serpeggiante che prende soprattutto all’imbrunire. Ma è stato col tempo che ho maturato l’amore per la mia isola e quella “sicilitudine” di cui parlava Caponnetto e di cui non potrei più fare a meno. Me ne sento piena e colgo, grazie ad essa, sfumature di dolcezza infinita verso ciò che mi dà senso di appartenenza, come fa perfino la fragranza sprigionata da un mandarino mentre lo si sbuccia. Sento che alla mia isola si annodano i miei sentimenti, i miei stati d'animo, tutto ciò che vivo e con essa si armonizzano ogni volta che il mio dialetto ha il sopravvento sull’italiano, oppure quando osservo un albero come questo: ripiegato su sé stesso, quasi in posizione fetale nella terra che accoglie le sue spire, eppure aperto e proteso verso l’esterno grazie ai rami argentati.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 20:26 | Permalink | commenti (9) | commenti (9)(Popup)
nel vento:di terra e di fuoco, io fotografo
martedì, 16 ottobre 2007

in un gioiello di Palermo.

Chiesa della Martorana - mosaici
La Chiesa detta della Martorana fu donata nel 1433 da re Alfonso I d'Aragona ad un monastero fondato nel 1193 da Eloisa Martorana.

 

Chiesa della Martorana_
La facciata della Chiesa è stata ricostruita nel '600 e dell'originaria chiesa normanna  sono rimasti il campanile e l'area mediana interna caratterizzata da splendidi mosaici.

Altare

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 08:20 | Permalink | commenti (8) | commenti (8)(Popup)
nel vento:di terra e di fuoco, io fotografo
venerdì, 31 agosto 2007

jazz

 

L’amuri ca v’haju

Nun lu sapiti l’amuri ca v’haju
nun lu sapiti quantu vi disiu
nun lu sapiti comu chianciu e staju
quannu ca p’un mumentu nun vi viju.

Dintra di l’arma mia na vampa cci haju
e lu me cori è vostru e no lu miu
si moru mParadisu nun ci vaju
pirchì p’amari a vuj nun penzu a Diu.

E vui sapennu st’amuri e sti peni
mi lassati muriri comu un cani
ma oggi siddu ccè cu vi tratteni
speru di cunvincirivi dumani.

Cchiù nun m’amati e cchiù vi vogliu beni
cchiù tempu passa e mannu cristiani
nun mi lassati amuri ntra sti peni
pirchì siti pi mia l’acqua e lu pani.

- Rosa Balistreri -

 

Le ballate siciliane sono cariche di passione e sensualità, questa è una delle mie preferite. Rosa Balistreri è stata una grande voce della mia terra.

 

 

 

 

 

 

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 22:24 | Permalink | commenti (5) | commenti (5)(Popup)
nel vento:il ricettacolo della passione, di terra e di fuoco, io fotografo
mercoledì, 22 agosto 2007

Tempio della Concordia - Agrigento

La prima volta che Lorys ha visto da vicino i Templi  di Agrigento aveva cinque anni e ricordo la contentezza con cui raccontava a chiunque d’essere stato ai “Tempi antichi”; lo diceva proprio così, senza la elle. Se ne fece comprare uno piccolo in sughero e lo mostrò a dei  turisti giapponesi  che lo ripresero con la videocamera come rappresentante indigeno da portare a Tokio. A Selinunte invece si divertì  a farsi fotografare in pose da Ercole in erba che cerca di spostare le colonne. Ma l’espressione  che non dimenticherò mai è quella che rimase stampata per un bel po’ di tempo sul suo viso davanti al Colosseo. Aveva sei  anni e da mesi andava sfogliando un libro su Roma che avevamo in casa, lo girava e lo rigirava chiedendo informazioni su ciò che era scritto “sotto alle figure” per poi domandare “mamma quando andiamo al Colosseo?”  Quel pomeriggio di settembre 2001 e sotto ad un cielo poco simpatico incline al carattere temporalesco, lo guardò a lungo, con le braccia lungo i fianchi in completo abbandono e gli occhi luccicanti. Ieri nonostante il gran caldo nella Valle si parlavano numerose lingue: dal francese all’inglese, dal  veneto al  lombardo, all’immancabile nipponico. Di  fronte alla stele che ricorda che la Valle è stata riconosciuta Patrimonio dell’Umanità  da parte dell’UNESCO un turista ha detto ad un suo accompagnatore: “Beh, sì certo è un po’ come un bene storico!” Te’piru te’…   Mah, vabbé che siamo la culla della civiltà ma a dormire certuni possono restare a casa propria!

Colonne

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 11:05 | Permalink | commenti (8) | commenti (8)(Popup)
nel vento:di terra e di fuoco, io fotografo
lunedì, 20 agosto 2007

Una fiumana di gente quest'anno ha assistito alla Sagra di cui nel post precedente. Ieri sera in uno spazio insolito, a causa dei lavori in corso in Piazza San Giovanni, si è tenuto il concerto di GazzèTurciRei e devo dire che mi sono ricreduta sul mio "chissu passa lu cummentu".  La Turci è senza alcun dubbio una bravissima musicista e cantautrice ma nutro serie perplessità sul fatto che abbia delle tette... per quanto anche la Rei non è che brilli per esse. Forse le ha Gazzè ma non ho potuto constatare per cui perdonate questo rebus insoluto. 

 

Sagra_pesche

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 11:53 | Permalink | commenti (2) | commenti (2)(Popup)
nel vento:di terra e di fuoco
mercoledì, 23 maggio 2007

Li siciliani nun su’ Capaci di si scurdari nenti
Lu sapissiru onorevoli, deputati e presidenti;
li smemorati lu sapemmo tutti unni stanno
e ogni tantu si fannu vivi, ‘ndovinati quannu?
Ma ji pi ‘na vota mi la vogliu taliari
cu l’occhi mii sta terra mia ‘nzuccarata
bedda comu ‘na fimmina scunsulata
ca vidè li figli ‘ngrati ci tuccà allattari.
Bedda ca parla a lu munnu senza gridari
cu l’arti, la cultura,lu jauru di stu mari
la musica di lu ventu mmezzu l’aranci,
lu cori granni di la genti, la so’ risata quannu nun chianci.
Mi la vogliu taliari quannu lu celu s’annurica
lu stessu celu ca mi vitti nica
e si chiamu Diu e nun m’arrispunni
speru ca armenu fa cosi boni anchi si ji nun sacciu dunni.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 22:16 | Permalink | commenti (13) | commenti (13)(Popup)
nel vento:di terra e di fuoco
martedì, 28 novembre 2006
Ho qui davanti a me il calendario che mi dice i giorni che mancano all'8 dicembre. A parte essere il compleanno di un mio nipote, quel giorno indica l'ingresso dei siciliani nel clima di una lunga  festa gastronomica che mette a dura prova colesterolo e glicemia ad esempio, ma a cui non puoi resistere.
Un mese di dolciumi,  con la scusa della devozione al santo chicchessia ed il chilo, e dico poco, in più è preso. Il giorno dell'Immacolata non mancano sulla nostra tavola i buccellati, ciambelline di pasta frolla (senza burro ma con lo strutto) ripiene di fichi secchi tritati, uva passa e noci oppure di marmellata di mandorle e cioccolato, ricoperte da ghiaccia e codette di zucchero colorato. Il buccellato ha origini antichissime, il termine deriva dal latino buccellatum, "piccolo boccone"  e pare che questo dolce sia il discendente diretto del "panificatus" dei romani. 
Il 13  dicembre per Santa Lucia non si mangia né pasta né pane, ma per ricordare il miracolo che la santa compì in un periodo di grave carestia, facendo arrivare nel porto (e qui son liti campanilistiche perché c'è chi dice di  Palermo e chi di  Siracusa) una nave carica di grano, si prepara la "cuccìa". Un tempo solo grano lessato condito con zucchero nella versione dolce. Adesso servito con crema di ricotta, pasticcera o al cioccolato. Una bomba calorica. E' buona norma tradizionale, inoltre, mangiare gli arancini/le arancine.
In entrambe le occasioni si preparano "li sfinci", frittelle morbide,cosparse di zucchero e cannella. Questi sono due giorni propedeutici a quello che accadrà nel proseguo del mese fino al 6 di gennaio, quando un trionfo di cannoli, cassate, mustazzoli, trionferanno sulle nostre tavole.  Il cannolo è nato da un modo di dire scherzoso usato in un monastero per il carnevale, qualcuno mise in giro la voce  che da un rubinetto (cannolo, in dialetto) uscisse ricotta e non acqua. E' un vistoso simbolo fallico. La cassata è di origine araba, è un dolce millenario, come il marzapane, si chiamava "al qasat" che era la scodella con cui gli arabi le davano la forma. A questi si aggiunge la "pignulata" piccoli gnocchi fritti, fatti passare nel miele disciolto ed assemblati a forma di pigne appunto. La chiusa la lascio a  Gaetano Basile: " Qui vennero a posarsi tutte le leccornie del mondo orientale portandosi appresso miti, leggende, religiosità e poesia. E tutto esplode fragorosamente nelle celebrazioni festive. Come un fuoco d'artificio". 

Meraviglia

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 16:23 | Permalink | commenti (9) | commenti (9)(Popup)
nel vento:di terra e di fuoco
venerdì, 17 novembre 2006

Il satiro danzante

*Un populu
mittitilu a catina
spughiatilu
attuppatici a vucca
è ancora libiru.
Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unni mancia
u lettu unni dormi,
è ancora riccu.
Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrobbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d'iddi.
Mi nn'addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialettu
ca perdi na corda lu jornu. (...)
(...)Nni ristò a vuci d'idda,
a cadenza,
a nota vascia
du sonu e du lamentu:
chissi nun nni ponnu rubari.
Nun nni ponnu rubari,
ma ristamu poviri
e orfani u stissu.
- Ignazio Buttitta -
*Un popolo mettetelo in catene
spogliatelo
chiudetegli la bocca:
è ancora libero.
Toglietegli il lavoro
il passaporto
la tavola dove mangia
il letto dove dorme:
è ancora ricco.
Un popolo diventa povero e servo
quando gli rubano la lingua
ereditata dai padri:
è perso per sempre.
Diventa povero e servo
quando le parole non figliano parole
e si mangiano le une con le altre.
Me ne accorgo adesso,
mentre accordo la chitarra del dialetto
che perde una corda al giorno. (...)
Noi avevamo una madre... (...)
Ci è rimasta la sua voce,
il ritmo,
la nota bassa
della musica e del lamento:
queste cose non possono torgliercele.
Non ce le possono togliere,
ma restiamo poveri
e orfani lo stesso.




raccontato da: Adelaide_Spallino alle 20:28 | Permalink | commenti (3) | commenti (3)(Popup)
nel vento:selecti flores, di terra e di fuoco