Nel ridente paesino siciliano la vita scorreva placidamente al ritmo delle stagioni: alla noia invernale seguiva il brio estivo, alle arance seguivano le pesche. L’autunno e la primavera centellinavano la loro presenza ed alla gente piaceva tanto dire che “non c’era più la mezza stagione”. La popolazione si era ridotta di molto nell’ultimo decennio, a causa della nuova atavica emigrazione verso il Nord, e chi rimaneva viveva la cosa con spassionata rassegnazione: checché se ne potesse dire o lamentare, comunque, il siciliano portava nel DNA il senso della partenza e quell’odore di nostalgia perenne che si era ‘ntartarata nel sangue. Proprio dal Nord ritornò un giorno a vivere in paese un tale che aveva fatto fortuna come parrucchiere e, dopo aver pensato alla testa di cantanti dalle ugole più o meno d’oro,non fosse altro per quanto guadagnavano, forse aveva ritenuto che fosse ora di pensare anche alle teste dei suoi compaesani. Rilevò, col suo fare bellicoso da “ghe pens mi”, un bar gelateria storico – già, che c’entra con la testa un bar? - deciso a dare una svolta a quella pigra comunità dall’accento ormai troppo diverso dal suo. Ristrutturò il locale e gli cambiò nome con una lena che certi concittadini guardarono con perplessità, altri con vivo sospetto, altri ancora con indiscusso entusiasmo. Appese ad una parete tutte le foto che lo ritraevano ora con questo ora con quell’altro personaggio dello spettacolo, una moltitudine di teste cotonate si affacciavano sui tavoli del bar e a qualcuno poteva venire in mente, sedendosi lì, di poter ordinare una messa in piega. Certo lui era deciso a civilizzare quel gregge allo sbando che mal si abbinava alla sua vita e portò una bella ventata di novità: l’happy hour . Cosa che fece scuotere il capo i perplessi ed i sospettosi e cinguettare gli entusiasti. Pizzette e rustici a prezzi modici serviti con aperitivi del caso prima di pranzo e prima di cena, roba che avrebbe dovuto attirare la clientela come fa il miele con le api. Dell’idea si accorse il proprietario di un altro bar che si trovava a pochissimi metri, sull’altro lato della strada, e che poteva contare anche su una piazzetta alberata che avrebbe reso il suo happy hour molto più cool. Entrambi non fecero per nulla caso al fatto che in quel paesino agricolo sarebbe stato difficile convincere il contadino a lasciare il campo per andarsi a fare un goccetto di Campari al bar, e che le uniche persone libere negli orari degli happy hour erano certi disoccupati e anziani che cominciavano a vantare diritti di usucapione sulle panchine dove sedevano da anni. Intanto però la competizione a chi era più moderno era iniziata e la popolazione si apprestava ad assistere ad ulteriori risvolti. Il brio dell’estate portò la febbre del sabato sera ed il barista dall’accento milanese prese in affitto uno spazio di fronte al suo locale dove sistemare tavolini all’aperto e l’occorrente per far musica dal vivo. Cosa che fece anche il proprietario dell’altro bar e la guerra proseguì a colpi di note e scontrini. Ma un po’ più sopra del bar del milanese c’era un altro bar storico che soffriva per la penuria di clienti che le offerte allettanti degli altri due causavano. Così anche lui posizionò tra i suoi tavolini all’aperto, lo spazio per il piano bar. I perplessi ed i sospettosi cominciarono a darsi ragione l’un l’altro, gli entusiasti si facevano un po’ confusi. I tre bar si contendevano i clienti assordandoli con la musica che, presa singolarmente sarebbe stata pure piacevole, in quel caso provocava seri problemi al loro sistema nervoso. Il bar con la piazzetta faceva il pienone sotto gli alberi e per l’occasione mise anche degli ombrelloni per proteggere, finalmente dopo anni, la granita dei clienti dalle intemperanze intestinali dei volatili ospiti trai rami. Il bar del milanese faceva il pienone fino a tarda ora e collezionò una serie di improperi da parte degli abitanti del quartiere, che mal sopportavano di ritrovarsi al mattino con gli scarichi corporei davanti casa, che gli avvinazzati avevano lasciato come ricordino la notte precedente. Fu lì che si andò a reclamare dal Sindaco e questi provvide. Il terzo bar continuò a soffrire la penuria di clienti perché gli altri due facevano man bassa di assetati e affamati. Il suo piano bar era triste e la musica, che si accavallava a quella degli altri due, dava un senso di desolazione. Questo andazzo durò fortunatamente ancora poco; per vie misteriose si addivenne ad una soluzione , ma forse furono le vie che a conti fatti – tra le entrate e le uscite – portarono a capire che tutta quella competizione costava troppo e non ne valeva la pena. Sicché si misero tutti la testa a posto, con buona pace del contadino e dei perplessi ovviamente.
nel vento:di terra e di fuoco






















Te’piru te’… Mah, vabbé che siamo la culla della civiltà ma a dormire certuni possono restare a casa propria! 

