Ciao Ni’, ho parlato di te ieri sera dopo che mio figlio, rincasando da una passeggiata, mi ha portato i saluti di tuo padre. Ti ricordo sempre che credi? Anche adesso, vedi, ho davanti a me il tuo viso spigoloso del quale facevo una caricatura con un solo lungo tratto di penna e ti passavo il foglio sul banco, sghignazzando di fronte alla tua espressione in bilico tra il divertito e il contrariato. Dove sei adesso? No, il luogo no. Quello lo so. Dico, dove sei con la mente, dove porti la tua anima? Ti arrabbi mai? Perché vorrei che tu lo facessi. Arrabbiarti sì. Con chi non so, forse con la vita o con Dio: sì, sì, con lui, prova a sfogarti contro di lui, dagli un pugno nello stomaco e stendilo. Sai cosa? Mi viene in mente quella volta in cui, approfittando di uno sciopero, passammo la mattinata da Ale insieme a Carmen, ad ascoltare musica, l’ultimo LP acquistato degli Earth Wind & Fire girava che era una meraviglia. Eravamo noi e la musica. Non avevamo bisogno di nient’altro. Avevamo tutto. E quei giochi stupidi che facevamo alla ricreazione? Di un’ingenuità disarmante ma anche lì, a noi bastava. Che poi perché un ragazzo debba smettere di giocare e debba iniziare a farsi male, non l’ho mai capito. So solo che ti abbiamo visto andare via da noi giorno dopo giorno, senza neanche voltarti, che so, per salutarci con una delle tue battute sarcastiche. Sarebbe stato diverso, eh sì. Com’ è difficile aiutare chi non vuole essere aiutato, com’è faticoso tirarsi indietro e far finta di… per lasciarlo andare. Ed arrendersi. E poi quella volta, dopo anni, in cui ti incontrai con tua madre, ricordi tu? Lei mi chiese di venirti a trovare, di uscire con te e tu la zittisti dicendole di lasciarmi in pace. La solitudine ti accompagnava in maniera malsana e tu lo sapevi, te l’eri cucita addosso come una seconda pelle ed i tuoi occhi, un tempo accesi di allegria, erano sprofondati in una tristezza infinita e dicevano di starti lontano. I ragazzi non dovrebbero vivere cose più grandi di loro, dolori inimmaginabili e sofferenze lancinanti che svuotano l’esistenza di ogni significato. Non è giusto. Ché uno poi non sa neanche che sta mollando, non ne ha coscienza, non ha esperienza e manda tutto a puttane. E quella, la vita "ragazza bugiarda", scivola via senza rimorso alcuno per ciò che toglie; e non si apprende l’amore contenuto dentro un bacio, non si diventa padri né ci si ferma in riva al mare per abbracciare chi si ama. Cose così, banali. Mai avute, ed allora a pensarci forse neanche veramente tolte e lei, sempre lei, la vita,la fa franca ancora una volta. Dove sei? Guardi mai a qualcosa che assomiglia ad un ieri in cui ridevi? E ne hai nostalgia? Non so più quando è stata l’ultima volta che ti ho visto; credo, credo fosse estate e ti ho riconosciuto in lontananza mentre con la tua camminata dinoccolata andavi verso casa. Verso casa.

nel vento:pensieri, pause
















