Sono stata sempre restia a parlare di amicizia. L’ho sempre trovato un sentimento da proteggere dalle parole, perfino dalle più belle, quelle poetiche ad esempio, come le mie metafore. Ma era solo una forma di pudore eccessivo che ha inibito anche i miei slanci verso le persone amiche, quasi fosse un sentimento intimo che riuscivo solo a dimostrare coi gesti, con la disponibilità piuttosto che con un dono fatto all’improvviso e senza apparente motivo. La prima volta che ho detto “ti voglio bene” ad una mia amica non è stato molto tempo fa e non riuscivo a credere che la voce che pronunciava quella frase fosse la mia. Devo dire che, passato l’istante di stupore mio e suo, mi sono sentita diversa, direi migliore ed ho pensato che non avrei più lasciato inespresso il bene verso qualcuno. Il tempo è sprecato se non lo si usa anche per questo. Che poi è bello dirlo, quanto lo è sentirselo dire o leggerlo in un biglietto scritto a mano, come non si usa più. E quelle parole diventano più preziose ed entrano dentro come una lingua di fuoco che scalda e non brucia. Così un barattolo di pelati incartato a mo’ di regalo diventa l’occasione per una risata, ed una maglietta di Homer ed il suo rutto libero procura due fossette al viso di mio figlio mentre un libro con altre parole ed altri sentimenti parla di condivisione, perché con gli amici è bello condividere. Anche a distanza, o forse soprattutto e nonostante quella. Io leggo le tue parole Rosy, quelle che hai scritto a mano, quelle che rivelano le tue origini siciliane e mi piace percorrere con lo sguardo le curve che hai fatto fare alle vocali, alle consonanti e sorrido di fronte a certe somiglianze tra le nostre grafie. Poi arrivo alla fine e lì mi commuovo, Rosy ti vogliamo bene anche noi. Te ne voglio tanto io.
P.S: unni c’è spaziu pi’ ‘n arancinu ci nn’è puru pi un gianduiotto… 

nel vento:de amicitia
















