Vorrei sapere cosa ci facevi dentro una pentola smaltata di rosso. Non ci può essere luogo meno adatto di questo per conservarti. E però meno male che ti ho scovato, che se non fossi andata a rassettare da mia madre non avrei avuto tue notizie. Ho sollevato il coperchio e mi sei apparsa di colpo, mi hai fatto l’occhiolino dal fondo della pentola e dopo un primo stupore ti ho tirata fuori salvandoti da un destino di ulteriore dimenticanza. Ho girato e rigirato la custodia che ti conteneva tra le mani, accarezzandola come se dal suo sfregamento potesse venire fuori un mio personale genio. Quanti anni avrai? Più di trenta di sicuro. Un cimelio di famiglia. Sei stata l’artefice di foto sfocate, scattate dal dito inesperto di uno di noi. Da te è nata una summa di ricordi cartacei stampati su carta lucida o ruvida, a colori o in bianco e nero. Noi al fiume, in campagna, col cane, con i cugini, in posa oppure no. Se guardo le foto che ho in casa immagino cosa sia successo prima e dopo lo scatto: di una ricordo un litigio con uno dei miei fratelli che si metteva per dispetto tra me e l’obiettivo, in un’altra vedo la bimba riccioluta appoggiata al tronco di un grande gelso, in posa civettuola sfoggiando i suoi occhiali finti comprati ad una fiera di paese. Ogni foto è una storia da ricostruire, un momento da ricucire, attraverso la memoria, ad una giornata particolare, ad un evento piccolo o grande della mia vita. Ho deciso. Proverò a rianimarti, il tuo anacronismo accanto alla moderna digitale non mi spaventa, anzi, è stimolante. Sei tra le mie mani e mi emoziono, sei un piccolo ammasso metallico, freddo al tatto, bruttino non poco, ma pieno della calda luce che hai dato alla mia vita.

nel vento:rewind, for me













