Trent'anni anni fa veniva ucciso Peppino Impastato dilaniato da una carica di tritolo posta sotto il suo corpo sui binari della ferrovia: il fatto fu ricondotto ad un incidente di cui sarebbe stato vittima in quanto attentatore stesso, mentre tempo dopo fu collocato alla voce “suicidio”. La lotta per il riconoscimento della matrice mafiosa del delitto fu lunga, il fratello di Peppino, Giovanni, e la madre Felicia riuscirono a sostenerla con l’aiuto del Centro Siciliano di Documentazione di Palermo. Grazie al lavoro del primo pool antimafia, a cui aveva dato l’avvio il giudice Rocco Chinnici ucciso nel 1983, la morte del fondatore di Radio Aut venne attribuita alla mafia, anche se non vennero individuati mandanti ed esecutori. Il caso Impastato venne archiviato nel 1992, ma Felicia non si arrese ed ottenne la riapertura dell’inchiesta.
L’ interrogatorio del collaboratore Vito Palazzolo affiliato al clan di Cinisi chiarì dinamiche e responsabilità e il 5 marzo 2001 venne condannato a 30 anni di reclusione, mentre l'11 aprile 2002 fu comminato l’ergastolo a Gaetano Badalamenti come mandante dell’uccisione di Peppino.
E venne a noi un adolescente
dagli occhi trasparenti
e dalle labbra carnose,
alla nostra giovinezza
consunta nel paese e nei bordelli.
Non disse una sola parola
né fece gesto alcuno:
questo suo silenzio
e questa sua immobilità
hanno aperto una ferita mortale
nella nostra consunta giovinezza.
Nessuno ci vendicherà:
la nostra pena non ha testimoni.
(Peppino Impastato)

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