lunedì, 28 aprile 2008

Selinunte1

La strada va come una musica jazz e Paolo Conte canta seguendo le curve orlate da un nastro continuo di colori sgargianti: quelli dei fiori che si affiancano fittamente l’uno all’altro, dal giallo delle margherite al rosso dei papaveri. Una giornata soleggiata, ma fresca, di un aprile agli sgoccioli sembra avere tutte le buone intenzioni di accompagnarci incondizionatamente, mentre i profili del paesaggio fuori dall’auto cambiano sotto ai nostri occhi: dalle rotondità delle mie piccole montagne alla morbidezza della Valle del Belice è un susseguirsi di prati selvaggi e campi coltivati, di uliveti e frutteti rigogliosi fino alla disciplinata distesa di filari di viti. Ogni volta che vado a Selinunte mi tocca ricredermi sul carattere di ovvietà che quel luogo assume nella mia mente tra una visita e un’altra: cose già viste, sempre i soliti templi ecc… Ed invece ancora una volta mi sono sorpresa ed ancora una volta mi sono data della stolta per aver osato solamente pensare una scempiaggine simile, e questa volta è diverso perché in primavera non c’ero mai stata. Il luogo stordisce il mio olfatto con il profumo che arriva dal mare portato da un vento incessante che fa ondeggiare le fronde degli eucalipti, incanta i miei occhi con uno spettacolo pirotecnico di colori circondato dal laborioso ronzio delle api. I templi si mostrano in tutta la loro imponenza e perfino i ruderi emanano un fascino antico mentre ordinati turisti ascoltano attenti le loro guide per poi sciamare tra le colonne e le varie zone del grande parco archeologico. Si cammina molto a Selinunte e c’è pure il tempo per una provvidenziale raccolta di “vavaluci” che le mani afferrano a grappoli da arbusti e spini tra lo stupore di qualche turista che si sofferma a chiedere cosa siano e se siano qualcosa di simile alle vongole! Ma la divertente parentesi ha solo la pretesa di farci smaltire la distanza tra un tempio e l’altro, il resto è qualcosa che si può archiviare nella memoria alla voce: incanto.

Ed in mezzo il mare

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 18:04 | Permalink | commenti (12) | commenti (12)(Popup)
nel vento:di terra e di fuoco
mercoledì, 23 aprile 2008

zagara1

In una stradina in pieno centro del paese un alto muro in pietra racchiude un piccolo agrumeto e passando di lì rallenti per riempirti del delicato profumo di zagara che in questi giorni si diffonde. E in un attimo sei bambina alle prese con la prima gita alle elementari: in un pomeriggio assolato, in una delle bancarelle nei pressi della Valle dei Templi, hai comprato per tua madre una boccetta di essenza di fiori d’arancio così concentrata da rivelarsi all’olfatto piuttosto pestilenziale. Molto meglio per te il profumo che si sprigionava dalla buccia del mandarino spremuta sulla fiammella di una candela, ti piaceva anche lo sfrigolio delle gocce al contatto con la piccola e tremolante lingua di fuoco.
Cammini verso casa con il profumo della zagara che ti accompagna persistente ed allo stesso tempo discreto, lo senti attorno a te, ti avvolge setoso e morbido e tu lo lasci fare. E’ la primavera che rivela la sua presenza gentile nonostante il suo bizzarro carattere ti costringa a stringerti nel giubbino che indossi.
Certo sa come farsi perdonare e tra qualche giorno, quando esploderà la ginestra, si pavoneggerà sfacciata davanti ai tuoi occhi.
Vorresti che la tua passeggiata non finisse, anzi, meglio, vorresti sederti e lasciarti accarezzare l’anima e la memoria che si aprirebbe verso altri ricordi rannicchiati dentro di te. Li tireresti fuori e sai che alcuni, tanti, avrebbero lo sguardo di tuo padre che tornava la sera con il camion carico di arance da portare ai mercati generali l’indomani. Il profumo degli agrumi gli restava addosso e lo sentivi mentre saliva le scale di casa.
Altri avrebbero la faccia di tuo fratello che disegnava con una penna occhi, naso e bocca sulla buccia delle arance nella fruttiera della cucina, e qualche volta sulla stessa vi dedicavate pensieri poco carini, tanto per litigare in maniera più originale.
Ti fermi un attimo e ti volti, l’agrumeto è alle tue spalle da un pezzo e non ti sei accorta della strada che hai fatto. Ci pensi su, alzi gli occhi per osservare una nuvola più ombrosa delle altre, e tiri dritto sorridendo verso casa.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 17:11 | Permalink | commenti (21) | commenti (21)(Popup)
nel vento:rewind, io
sabato, 19 aprile 2008

“Ti ho messo dei cerotti nello zainetto”.
“Maaaaaaaaaa’… vuoi venire per caso con me?”.
La domanda è chiaramente retorica e con un pizzico di sarcasmo che perdono a mio figlio perché ho un po’ di lucidità per comprendere la sua insofferenza, giusta ahimé.
Il fatto è che ci risiamo. In occasione della gita scolastica annuale esce fuori un po’ della chioccia che è in me, cosa che le donne si tramandano da secoli e secoli e che colpisce anche le mamme più spavalde.
“Uhhmm… veramente volevo metterti anche della tachipirina nel borsone…” (fermo immagine: se fossimo in un cartone animato giapponese saette fulminanti partirebbero dai suoi occhi pronte ad incenerirmi in un nano secondo). Mi affretto a rassicurarlo sul fatto che ho desistito dal commettere questo insano gesto , uff… appena in tempo, sentivo già puzza di bruciato. Mi do chiaramente della stupida mentre considero che in fondo sono solo due giorni e una notte fuori, insomma ha ragione Lorys, mica va alla guerra!
(:Sì, però… questi ragazzini in gita, a briglie sciolte, e i professori chissà se riescono a contenerli, si sa come sono fatti, quelli approfittano di una minima distrazione e poi te la combinano grossa. Non fidarti, sono quattro vivaci i ragazzini per stanza in albergo, liberi di fare ciò che vogliono, capirai i professori crolleranno sui loro letti, altro che controllare che non succeda nulla di male.)
(:Taci! - il mio angelo è di poche parole).
Venerdì mattina alle 05,30 Lorys è pronto; il papà passa a prenderlo in orario per accompagnarlo alla fermata del pullman da dove è prevista la partenza e lui mi saluta “Mi mancherai mamma!”. Uuuummm… che ci sia dell’ironia nelle sue parole?
Mi telefona a metà mattina per dirmi che sono arrivati a Siracusa, da questo momento in poi mi abituerò alle sue chiamate pic indolor: brevissime comunicazioni indolori di servizio. Mi chiede anche quando ci risentiremo e gli rispondo placidamente “chiama quando puoi tu, io non ti disturbo mentre ti stai divertendo” (Ohi, figlio, capirai un domani lo sforzo che mi è costato dirti questo a conferma del fatto che preferisco soffrire pur di lasciarti autonomo… eehhmm… dite che il tono è un po’ melodrammatico? Già… forse… eeehhhmm… oh, beh). Alle 19,35 mi fa un’altra telefonata: “ma’ ti ho chiamato per darti la buonanotte!!!” (a quest’ora? forse si tratta di un messaggio subliminale, forse mi vuole dire altro, tipo da questo momento in poi non ci saranno altre notizie perché ho di meglio da fare… forse.)
Sabato mattina il mio sbadiglio ha la suoneria del cellulare: sono le 07,00 e mio figlio tutto pimpante mi informa che sta facendo una passeggiata col professore, mi sorge il dubbio che non sia andato neanche a letto stanotte. Mah, provo a chiedere in sordina: “com’è andata la notte… che hai fatto? a che ora sei andato a dormire?” (non è proprio come avevo in mente di dire ma vabbé ormai è andata!) “Ma’ ti racconto tutto quando torno!” Tutto? Chissà cosa c’è dietro a questo tutto!!
Alle 10,15 la sua voce al telefono è un po’ giù: “ma’ siamo sull’Etna…” Beh, non è contento? Era il suo sogno da quando era alto un soldo di cacio, solo che durante i nostri viaggi ci siamo solo passati accanto e lo abbiamo potuto guardare da lontano !! “Ma’ siamo solo al primo rifugio e non ci fanno andare oltre…” Ah, ecco la delusione! Cerco di giustificare i professori, gli dico che forse questi sono gli accordi, gli suggerisco di chiedere di fare uno strappo,ma mi dice che lui ed i compagni ci hanno già provato senza risultati. Alla fine lo consolo promettendogli sinceramente una nostra futura escursione sul vulcano.
Stasera rientrerà a casa, stanco e con tante cose da raccontare, con i capelli scarmigliati e il sonno che peserà sugli occhi; probabilmente avrà la forza soltanto di farmi vedere i souvenirs acquistati per poi crollare a letto. Nel suo zainetto?Immagino briciole di brioche e panino, bottiglietta d’acqua vuota e due cerotti.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 16:22 | Permalink | commenti (24) | commenti (24)(Popup)
nel vento:lessico familiare
giovedì, 17 aprile 2008

Che il signor B. non amasse il colore rosso è da sempre risaputo mentre che il rosa gli stesse antipatico è qualcosa che ancora molti stentano a recepire. E sulla base di questa antipatia è partita la sua ultima battuta – gaffe nei confronti del governo Zapatero che il signor B. ha definito “troppo rosa” per via delle nove donne che ricoprono altrettante cariche di ministro. Forse il signor B. ritiene il rosa antipatico perché è un colore tendenzioso, qualcuno potrebbe pensare, difatti una virata più scura di questo colore lo porterebbe molto vicino al rosso, cosa assolutamente da evitare. Macché, lui ce l’ha proprio con il rosa, e non importa se dopo la gaffe – a cui alcune delle donne ministro di Zapatero hanno risposto dignitosamente rendendogli pan per focaccia – si è affrettato a tessere le doti del mondo femminile, tanto non riesce proprio a mascherare il suo machismo di infima categoria. Cosa che è uscita fuori a più riprese nel corso del tempo e che l’ha portato ad essere piuttosto offensivo: dalle massaie italiane che non sapevano fare la spesa come invece sapeva fare mamma Rosa, alle belle segretarie con cui aveva pensato bene di attrarre i magnati di Wall Streets affinché venissero ad investire nel nostro paese, ai pettegolezzi da cortile sulla pelosità delle gambe della sua pupilla Mara Garfagna o sugli apprezzamenti boccacceschi rivolti alla Santanché. Insomma per il signor B. nessuna si salva e, a chi gli ha chiesto se nel suo governo ci sarebbe stato spazio per qualche donna, lui ha risposto “ si, ma…”. E le sue convinzioni sono tutte racchiuse in quel “ma” e non ci stanno neanche strette, misere quali sono.
A proposito di machismo, dei biologi di un’università californiana hanno scoperto, bontà loro, che le femmine dei moscerini preferiscono i maschi pacifici della loro specie dimostrando che l’aggressività e l’ostentata forza non sono sinonimo di successo amoroso.
Il signor B., che ignora tutto questo, contraddice questa scoperta e miete allori tra le giovinette che potrà sempre far sedere sulle sue ginocchia, mentre continua il suo disegno politico dove il rosa non brilla per presenza e dove per il verde ha un amore di bassa Lega.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 10:47 | Permalink | commenti (25) | commenti (25)(Popup)
nel vento:tra il serio e laceto
martedì, 15 aprile 2008

Nel momento

Respiro dentro l'onda
quieta e muta del tuo sguardo
ed al largo dei tuoi occhi
affiorano nuovi spazi di me
ad attendere la prossima marea
che li sommergerà.
(©Adelaide Spallino)

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 09:45 | Permalink | commenti (17) | commenti (17)(Popup)
nel vento:le mie poesie
sabato, 12 aprile 2008

Rammarico. Quello che mi resta per non averti visto prima che. Tutta colpa di quella serie di contrattempi che mi hanno portato a dire “in questi giorni andrò”, ma in cuor mio sapevo che era solo un modo per non vederti mentre con gli occhi assenti dicevi parole sconnesse. In fondo è meglio ricordarti come quella volta in cui mi hai fatto prendere la foto dello zio dall’armadio per aver ancora l’occasione di parlarmi di quel giovane marito morto in guerra. Come eri giovane tu che sei rimasta con una bimba da crescere e, forte come sei sempre stata, lo hai fatto superando problemi di ogni sorta. Ostinata e cocciuta donna di un tempo, te ne sei andata con un bel carico di vita sulle spalle e non come lei, lei che a soli 38 anni ha chiuso gli occhi per sempre una settimana fa. Nonostante avesse una buona vita e fosse amata si sentiva sola, e quel peso le era insopportabile. Lei ci ha lasciati confusi, ha annichilito i genitori, il marito, andando via in un modo che le è stato magari dolce, quasi a sollevarla definitivamente mentre noi siamo rimasti ad allungare mestamente la lista dei giovani della nostra famiglia che sono volati via, verdi foglie cadute prima dell’ autunno. E poi tu. Da ieri sera un mare di immagini si affastellano nella mia mente, alcune si rincorrono, altre si fermano per più tempo e pretendono di ricevere più attenzione. Io che da bambina spesso dormivo da te, che ti accompagnavo ad Agrigento per le tue commissioni ed al ritorno non fiatavo se cucinavi minestra, questo mamma non lo sa. Il tempo è passato è c’è un altro bambino che ti saluta dandoti un bacio sulla guancia, mentre tiri fuori dalla tua borsa un sacchetto di caramelle mou alla fragola. “Zia così lo viziamo.” Ma il sorriso con cui ti contraccambia mio figlio mi zittisce ed il mio sospiro la dice lunga sul fatto che resterò inascoltata su questa cosa. Si lo so che non avevi un carattere facile e la solitudine in cui sei rimasta dopo la morte dello zio ha contribuito a questo, ma non dimenticherò mai gli stravaganti slanci con cui mostravi il tuo affetto, tutto da scovare dietro la tua immagine severa e a volte accigliata. Ma tanto era una posa, una forma di autodifesa che con il tempo ti sei costruita addosso un po’ per la fatica di andare avanti da sola, un po’ perché i geni dell’intransigenza danzano nel dna della nostra famiglia, salvo eccezioni. Ti guarderò ancora tra poco e mi sembrerà di cogliere nel tuo viso uno di quei rimproveri che mi facevi quando passavo a trovarti “ah, cca si? e comu va? miiii, bedda si”, e senti, se la incontri, lei che non ha vissuto quanto te, che so, vedi un po’ se trovi una caramella alla fragola…

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 08:59 | Permalink | commenti (15) | commenti (15)(Popup)
nel vento:rewind, pause, lessico familiare
mercoledì, 09 aprile 2008

Che dire? Che un genitore si debba confrontare con i segnali della crescita di un figlio è ovvio, che spesso questi segnali sono così sottili che per il radar materno o paterno è difficile captarli senza travisarne il senso ci sta pure. Ma il bello arriva quando i segnali sono lampanti e il figlio in questione ci spiattella in faccia la sua evoluzione come a dire “ehi, guardate carini che non sto crescendo solo in altezza”.
E così una madre si ritrova a guardare la tv col figlio in fase di preadolescenza e, ad un certo punto, mentre lei è convinta che sia interessato all’argomento del programma, lui sbotta: “ammazza che tette che ha quella!” La madre si volta appena quel tanto che basta per vedere i bulbi oculari del figlio incollati al video della tv all’altezza del decolleté della conduttrice. Il ragazzino in questione racconta una sera alcune piacevoli barzellette alla genitrice, che ride di gusto, incurante del fatto che il figlio l’abbia solo usata per testare la forza della sua vis comica fino a che costui non esclama: “bene domani farò colpo sulle ragazze”. Ragazze? Al plurale?
E che dire a proposito del suo nuovo atteggiamento nei confronti del proprio abbigliamento?
“Non posso rimettere questa maglia, ma’, c’è una macchia ”. Lei cerca di capire cosa intenda per macchia, visto che sulla maglia non c’è ombra di sporco, ma lui è così accanito nel cercare il punto dove l’aveva vista “solocheoranonlatrova” che alla fine gli dice che ha ragione e gliene dà una tirata fuori dall’armadio. Per dar adito ancora alla sua convinzione spara la maglia “sporca” in lavatrice sotto i suoi occhi e nota un certo sollievo in lui per il fatto che non l’abbia contraddetto. Al gioco de“io so che tu sai che io so” non la batte nessuno. Il fatto di veder crescere il figlio in altezza qualche volta la distrae dall’altro tipo di crescita, quella che comporta un diverso modo di confrontarsi con sé stesso e con gli altri, con il mondo esterno e con il mondo che ha dentro di sé come un immenso caleidoscopio che mostra ogni volta un’immagine nuova.
Sa che il figlio è come un’argilla che si sta plasmando giorno dopo giorno e, per quanto lei non voglia avere lo stesso potere che lo scultore ha sulle sue opere, sa anche che molto dipenderà dalla sua guida che dovrà usare come abili dita che scorrono delicatamente e allo stesso tempo determinatamente sulla creta.
Intanto continua a godersi quel momento in cui guardano la tv insieme, col figlio che prende sempre più spazio sul divano ma che sa poggiare la testa sulla sua spalla.


raccontato da: Adelaide_Spallino alle 13:40 | Permalink | commenti (16) | commenti (16)(Popup)
nel vento:lessico familiare
martedì, 08 aprile 2008

Tempo di elezioni, tempo di siamo tutti amici e parenti, volemose bene all’insegna di una lotta all’ultimo colpo alla ricerca del voto che farà la differenza. Pensavo di essermi abituata a tutto fino a che ieri non ho riposto al telefono di casa che squillava insistentemente. Al mio “pronto?” sento una voce inconfondibile provenire dall’altra parte del cavo: “Mi scuso per il disturbo sono Pierferdinando Casini… “ Ho allontanato la cornetta dall’orecchio e l’ho sottoposta ad un perplesso esame visivo come chissà che apparizione potesse arrivarmi dai fori. Intanto la voce di Casini continuava il suo spot elettorale in quello che era chiaramente un messaggio preregistrato, e mica ho pensato che Pierferdi si fosse preso la briga di chiamare i suoi probabili elettori uno ad uno eh! E bravo Pierferdi, che manda i suoi messaggi telefonici in missione per convertire le masse di pagani al suo partito. Bravo? Bravo una cippa! Chi glielo ha detto di importunarmi a casa mia? Che poi io a uno come Casini gli darei retta forse solo se il suo nome fosse inciso su una utilissima carta igienica! Siamo arrivati ad un livello di invadenza impressionante e non mi viene neanche da dire “ma dove andremo a finire?” perché a quel punto ci siamo ma non c’è soluzione, tanto si inventeranno sempre nuovi modi per entrare nel nostro privato spudoratamente irrispettosi. Che poi quando ha finito il suo spot il Pierferdi non ha neanche chiuso il messaggio con un ringraziamento del tipo “grazie per aver ascoltato le mie panzane che le dico bene anche senza Berlusconi…” ecc…
Ma vai a c …bip…are!
Tempo di elezioni, tempo di comizi, incontri, feste, tarallucci e vino. Venerdì mi sarebbe tanto piaciuto andare a vedere Anna Finocchiaro in promozione elettorale proprio qui all’atrio comunale, unico neo l’ora del suo intervento. Alle 12,30 le persone hanno ben altro a cui pensare, a quell’ora le persone normalmente casalinghe, anche non disperate, preparano il pranzo per la famigliola, i figli tornano da scuola. Insomma un orario scomodissimo per le persone come me, quello è un orario per chi non ha nulla da fare tutto il giorno, per chi non aspetta nessuno all’ora di pranzo ed io mi sono sentita privata della possibilità di partecipare. Peccato, avrei ascoltato volentieri la voce rasposa della Finocchiaro che apprezzo e stimo moltissimo per l’intelligenza e la dialettica politica.
Tempo di elezioni, tempo di slogans, di frasi fatte dei candidati nel tunnel della ridicolaggine, ed ecco che mi fa ridere un De Michelis, un redivivo, un recidivo, un sopravvissuto che dice di “avere idee nuove”; e mi fa ridere il Bossi de “imbracceremo i fucili” metafora di un uomo che non riesce a tenere in mano neanche una penna; ma l’insuperabile è sempre lui, l’invincibile, l’irraggiungibile Silvio, quello che “le donne più belle sono quelle di destra”. Povero lui ci tenta sempre, ma a Zelig non vogliono proprio prenderlo.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 09:04 | Permalink | commenti (10) | commenti (10)(Popup)
nel vento:tra il serio e laceto
giovedì, 03 aprile 2008

Da anni in tv proliferano i programmi di cucina e, se all’inizio la cosa mi faceva piacere perché rappresentava una novità che mi ha fornito un sacco di informazioni sul tema, da tempo ho iniziato a provare della vera e propria insofferenza nei confronti di questi. Uno dei motivi per i quali i cuochi televisivi mi infastidiscono è che propongono ricette per la realizzazione delle quali occorre avere in casa un equipaggiamento di pentolame da ristorante a cinque stelle. Per non parlare delle ricette che spesso sono davvero lontane dalla quotidianità, a cui loro millantano di ispirarsi, di chi, per lo meno una volta al giorno, deve occuparsi del rancio della propria famiglia. Non sono certo il tipo che si fa scoraggiare facilmente ma la tv a volte ha il potere di avvilirmi, anche se per pochi minuti fortunatamente. Oggi mi sono soffermata a guardare la rubrica Gusto del TG5, attratta dalla semplicità della ricetta proposta, un banale risotto con gli asparagi. Finché si è trattato del brodo fatto con i gambi degli stessi è andato tutto bene, che il riso non sia stato tostato ci stava pure, che il burro andava mantecato solo a fine cottura perfetto, che gli asparagi sono stati poggiati crudi sul risotto ultimato mi ha lasciato un po’ dubbiosa. Ma, mentre giudicavo questa ricetta davvero facile e fattibile in casa, il cuoco mi ha spiazzato con la rivelazione di quelle che a me son sembrate, fin da subito, delle fettine di carote al vapore messe a decorare il piatto. Si trattava di “bottarga di uovo” ottenuta “semplicemente” ricoprendo completamente il tuorlo d’uovo con un composto di sale e zucchero, mettendolo poi a disidratare in una ventola. Uhhmmm… ho aggrottato la fronte assolutamente perplessa di fronte a tanto: chissà se l’asciugacapelli va pure bene! Guardando qualche volta le performances di un grande pasticcere alla Prova del cuoco cercavo di trarvi qualche buona lezione e, anche se le sue creazioni erano davvero delle opere d’arte difficili da eguagliare, pensavo che con un po’ di attenzione avrei potuto realizzare qualcosa. Ma anche qui, come per la ventola, mi son dovuta arrendere. Eh sì perché ad un certo punto della preparazione lui pronunciava le fatali parole: “porre tutto nell’abbattitore di temperatura”. Allora osservavo mesta il mio frigorifero, reo di essere un puro e semplice elettrodomestico refrigerante e chiudevo il mio taccuino su cui avevo annotato la parte iniziale della ricetta. Da allora ho detto basta, decidendo di continuare a leggere i miei libri di cucina per sovvertire le ricette, per cambiare qualche ingrediente e adattarle alla mia fantasia, e soprattutto per seguire la tradizione siciliana che in gastronomia, mi permetto di affermare, non ha eguali. Ma il mio amore per gli arancini o per la pasta cu li vrocculi ‘ncasciata non mi impedisce di apprezzare moltissimo, e di cucinare, i piatti delle varie regioni, così non è rado che io porti in tavola i canederli altoatesini o le lasagne bolognesi.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 16:09 | Permalink | commenti (10) | commenti (10)(Popup)
nel vento:abbi dubbi