giovedì, 31 gennaio 2008
Quattro paia d’occhi si guardavano a vicenda in maniera interrogativa. La stanza, colorata d’azzurro e piena di posters di idoli musicali del periodo attaccati alle pareti, ospitava altrettante ragazze sedute su due letti uno di fronte all’altro. Il pomeriggio indugiava sulle loro figure mentre chiacchierando ascoltavano la musica.
- “Allora che facciamo?”
- “Per me va bene.”
- “Non so… boh.”
- “Ma sì… dai.”
Ci volle un po’ di pazienza per saccheggiare gli armadi delle rispettive case, per trovare abiti dismessi dei papà, vecchie scarpe bucate e qualche coppola. Il martedì grasso si ritrovarono nella stessa stanza azzurra per effettuare il loro travestimento alla buona e truccarsi con i cosmetici a disposizione.
Ne venne fuori un quadretto di facce rosse e cravatte sgargianti provenienti direttamente dagli anni ’70. Si guardarono divertite controllando che ogni cosa fosse regolarmente fuori posto! Il momento clou era arrivato, occorreva uscire di casa per passare in maniera diversa quella giornata che altrimenti sarebbe stata, nel piccolo paese in cui vivevano, una tipica e uggiosa giornata di febbraio. Tirarono un sospiro e uscirono armate di coriandoli, stelle filanti e lingue di menelik con cui si fecero notare passando per la piazza principale del paese, dove alcuni anziani le guardarono con non poco scetticismo mormorando “ma chi vannu facennu chiddi?”. Qualcuno però ammiccava sorridendo, mentre un po’ di ragazzi si fermarono ad osservarle incuriositi. Le ragazze si divertirono moltissimo andando in giro per il paese,lanciando i loro coriandoli sui passanti e rendendo memorabile quella serata facendosi immortalare in uno studio fotografico. Lo sfondo con la pianta finta non era niente in confronto al somarello di plastica rossa su cui si posizionò una delle quattro. Un momento ed uno scatto le fermò sorridenti e allegre su carta patinata.
Si parlò molto di loro quella volta e, guarda caso, dall’anno successivo in paese per il periodo di carnevale si moltiplicarono i gruppi mascherati; molti furono anche più sofisticati delle nostre ragazze ma di sicuro non più solari. Ogni tanto guardo quella foto, io sono quella sul somarello di plastica rossa.
raccontato da: Adelaide_Spallino alle 17:46 | Permalink | commenti (17) | commenti (17)(Popup)
nel vento:rewind
mercoledì, 30 gennaio 2008

Audrey Hepburn-Breakfast at Tiffany's - Photo Hosted at Buzznet

Acquarello

La pioggia disfa i colori
di questo giorno all’imbrunire
e mormora all’aria
dolci ricordi di parole smarrite.

Sospira appena il vento
sull’erba già assopita
che gli affida incerta
i profumi tra fruscii di seta.

Si stempera l’inquietudine
e sfuma l'animo la malinconia 
nell’istante in cui indugio
sulla sponda del mio divenire.
(© Adelaide Spallino)

 

 

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 08:41 | Permalink | commenti (14) | commenti (14)(Popup)
nel vento:le mie poesie
lunedì, 28 gennaio 2008

before dreaming

Stasera soffia un vento forte che prima ha accarezzato un tramonto senza nuvole e dal cielo infuocato. Ha portato però un po’ di malinconia, dolce amica, compagna buona e mai invadente.
Guardo con i suoi occhi benevoli a quella parte di vita mia che conosco e mi arrendo di fronte a ciò che ancora non so. Sto in silenzio e mi vedo in bianco e nero, come un vecchio film senza sonoro, così i pensieri prendono posto con bizzarra disciplina nella mente. Devo fare questo e quest’altro è da portare a compimento, attendo qualche risposta e mi siedo sulla sponda di un’attesa perché non posso fare altrimenti. Rifletto su una lunga e recente conversazione con una persona che mi è cara e mi risuona nelle orecchie quel “sei diffidente” che tempo fa nessuno si sarebbe sognato di addebitarmi. Penso a quanto sia calzante adesso questa affermazione e cerco di capire quando ho smesso di aver fiducia, qualche esperienza fa di sicuro. Anche oggi pomeriggio, ad esempio, ho messo le mani avanti per una sciocchezza, mi sono ritirata in un granitico guscio che, fortunatamente, non si è chiuso del tutto e mi ha lasciato così speranzosa sul fatto che posso rilassarmi senza che debba aspettarmi chissà che catastrofe. Basta poco a volte per non ritrarsi, per protendersi fiduciosi verso qualcosa o qualcuno, e lo si può fare davvero con un minimo sforzo anche se questo può sembrare all’inizio difficile tanto da spaventare. E’ che, anche quando abbiamo tratto del buono dalle esperienze dolorose ed anche quando queste ci hanno aiutato a crescere e maturare, inevitabilmente le stesse hanno contribuito a nutrire certi stati d’animo perfino poco edificanti la cui soluzione richiede tempo e pazienza, non solo nostri.
Consapevolezze.
Intanto il vento continua a soffiare tra le fronde dei pioppi qui vicino e annoda piccole nubi che poi disfa in un secondo come niente.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 20:23 | Permalink | commenti (14) | commenti (14)(Popup)
nel vento:pensieri
lunedì, 28 gennaio 2008

Totoneddu chianci chianci si dimittì mmezzu l’aranci
Totoneddu vasa vasa mancia cannola a la so’ casa
Ninnaò ninnaò dimmi chi votu vo’
Ninnaò ninnaò dimmi chi votu vo’.

Intanto la Lega dopo la caduta del Governo Prodi grida:
-"Subito alle urne!"
- "E datti fuoco no?"

All’ombra delle cabine
e dentro l’urne confortate di pianto
è forse il voto dell’elettore men duro?
Ove più legge
per me all’elezione non fecondi
una bella famiglia d’onorevoli.
E quando, vaghi di lusinghe, innanzi
a me danzeran i comizi futuri
non udrò più il dolce tuo verso, amico mio,
ma la mesta litania di chi li governa. 

(Poesia molto liberamente ispirata a "I Sepolcri" di Foscolo)

 

 

 

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nel vento:satyricon
domenica, 27 gennaio 2008

Danae - Photo Hosted at Buzznet

In sogno

Alla luce azzurra
dello spasimo,
ebbra di te
lego il mio respiro al tuo.
Arco d'amore
il tuo abbraccio
declina verso il fianco:
eccolo tendersi dolcemente,
offrirmi riparo
dal lungo vagare dei sensi
in memorie di solitarie parole,
farsi confine appena distinto,
plasmarci di unica sostanza
non racchiudere l'attimo
ma ripeterlo all'infinito.
(© Adelaide Spallino)

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nel vento:le mie poesie
venerdì, 25 gennaio 2008

Continua il mio carteggio con la nipote del mio ex marito e trovo piacevolissimo accogliere ogni volta le sue lettere tra le mie mani, sanno di freschezza ed allo stesso di maturità. Mentre oggi  leggevo l’ultima che mi ha inviato  e sorridevo per il suo modo dolcissimo di raccontarsi, ho cercato di ricordare come ero io alla sua età  o comunque nei pressi. Né carne né pesce. Ecco com’ero.  O meglio: ero  in cerca di definizione, e meno male che  con il tempo  molto è cambiato e questa caratteristica – grazie ad eventi e mutamenti  vari - è sparita! Fisicamente ero un abbozzo e sembrava che da un momento all’altro dovesse uscire dal mio corpo la vera me, sembrava più che altro che la vera me l’avessi fagocitata.  Portavo i capelli ricci, meno curati di adesso – e chi ci pensava? -  e detestavo il mio essere un po’ robusta di costituzione, ma non me la sognavo di mettermi a dieta, anzi! Mi facevo certi megapanini  che poi dovevo pressare tanto per riuscire a mordere. Che tipa! Con i ragazzi avevo un rapporto di … di… come si dice? Mi trovavano simpatica ecco.  Con i rappresentanti dell’altro sesso avevo  dunque rapporti di cameratismo, con me potevano parlare di qualsiasi cosa e si sentivano a loro agio e questo è un aspetto che tuttora mi appartiene  e  che  ho coltivato tanto che posso contare su  delle bellissime amicizie maschili. Da adolescente  ero grafomane, leggevo tanto e   studiavo lo stretto indispensabile a passare l’anno scolastico di turno  indenne, ma fu in prima liceo che la professoressa delle materie classiche mi rimandò di Latino. Studiare d’estate: bleah! Lo feci  da metà agosto in poi e solo perché in casa mi obbligarono  a prendere ripetizioni. A settembre però feci un esame di recupero niente male.  A diciassette anni  mi ero presa una pausa da amori e flirts vari: occhei non battevo chiodo ma non me ne curavo granché.  Nel  leggere di Valeria mi arriva molto  della sua serenità d’animo, della sua pacatezza per me impensabile alla sua stessa età: io che ero perennemente in lotta con qualcuno oltre che con me. Eppure in lei riesco a vedere qualcosa dell’Adelaide di un tempo, anche se ancora non riesco a capire cosa sia di preciso, sarà che ha  l’amore per la scrittura, quello stesso che ha sempre fatto parte di me.  Sarà che anche lei ha i capelli ricci, saranno altre cose che ancora devo scoprire, avendo tutta la disponibilità e la curiosità per conoscerla meglio ed esserle, in qualche modo ed affettuosamente, accanto.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 20:15 | Permalink | commenti (19) | commenti (19)(Popup)
nel vento:io
giovedì, 24 gennaio 2008

Turi andava tutti i giorni sulla spiaggia ad aspettare il rientro dei pescherecci e, quando ne iniziava a scorgere il profilo all’orizzonte, faceva un sospiro di sollievo perché sapeva che su uno di quei natanti c’era il padre che tornava a casa. Si dirigeva un po’ prima del previsto il ragazzino sulla spiaggia e sedeva sempre nello stesso punto ad immaginare che la risacca del mare portasse con sé qualche mirabile segreto prima o poi. Ma, fino ad allora, aveva raccolto solo bottiglie vuote e bianchicci sacchetti di plastica che, se da un lato lo lasciavano perplesso,dall’altro non lo distraevano dai suoi viaggi fantasiosi dietro a possenti navi pirata, carichi di tesori sottratti a ricchi nobili e pronti per essere sepolti in qualche isola lontana, sperduta nell’immenso blu.
Era piccolo Turi, aveva appena compiuto undici anni, e suo padre lo faceva salire sul peschereccio solo quando era ancorato nell’antico molo. In quel momento quell’uomo dal viso stanco poteva vedere gli occhi del figlio luccicare mentre se ne stava in piedi con lo sguardo rivolto in un punto imprecisato, e non di rado gli dava addirittura l’impressione che volesse divorarselo quello spazio attorno a sé. Quel mondo di acqua salata era quanto di più conoscesse e volesse conoscere ancora Turi e lo aveva detto al padre con la voce fiera che tradiva però un certo timore, glielo aveva detto che da grande voleva fare il suo stesso mestiere. Il padre lo aveva lasciato parlare semplicemente annuendo e non certo perché desiderasse per il figlio il suo destino di pescatore, ma perché era convinto che il tempo avrebbe fatto sì che Turi cambiasse idea da sé e che affrontasse una vita diversa dalla sua, lui che a malapena sapeva camminare sulla terraferma.
Considerava la sua idea di voler fare il pescatore una fantasia, come lo era una di quelle storie di pirati che il figlio imbastiva quando se ne stava seduto incantato a guardare il mare. Non desiderava certo per lui quelle mani e quel viso duramente segnati dal sole e dall’aria salmastra.
Turi lo stava osservando dalla spiaggia mentre il peschereccio si avvicinava al porticciolo; si era messo in piedi tenendo la mano destra a mo’ di visiera sulla fronte per farsi scudo del riverbero degli ultimi raggi di sole. Non appena lo vide ormeggiare lo raggiunse con una piccola corsa. Non si vedevano da giorni e ad ogni suo ritorno il padre aveva l’impressione che fosse più alto e quei capelli:
- “Non ti avevo detto di tagliarli, Turi?” – mentre con una mano glieli scompigliava.
- “I pirati li portano così …” – rispose il ragazzino guardando il padre e chiedendogli subito dopo come fosse andata.
-“Poteva andare meglio – ammise. - I pirati, i pirati, sempre ai pirati pensi. E allo studio ci pensi mai Turi eh?”
Ma Turi non lo ascoltava più, immerso com’era nel suo stato di felicità per il fatto di essere sul peschereccio; ed anche se questo non solcava in quel momento le onde del mare, al ragazzino bastava il leggero movimento dello scafo dovuto al semplice galleggiamento. Non sentiva nemmeno il forte odore di pesce che, altrimenti, gli avrebbe ricordato quanto quel natante fosse tra le cose meno fantasiose al mondo. La brezza marina si era intensificata e la luce del tramonto si posava su quei capelli neri e selvaggi, mentre il padre e gli altri sbarcavano il pescato pronto per la vendita.
Sul mare di Turi intanto prendevano vita furiose battaglie tra pirati che si contendevano immensi tesori, per difendere i quali da ognuna delle navi partivano colpi di cannoni in direzione dell’avversaria di turno.
- “Turi … Turi …” - l’ovattata voce del padre lo raggiunse come se provenisse da un mondo lontanissimo – “Andiamo a casa, vieni …”
Il ragazzino si voltò per seguire il padre ed abbandonò con tristezza la sua fantasia, ma tanto sapeva che non l’avrebbe abbandonata del tutto.
-“Turi si può sapere com’è che non ti stanchi mai di fantasticare e poi mi dici che vuoi fare da grande il pescatore come me? Quello non è un mestiere facile, ti dimentichi pure chi sei quando sei in mare, altro che fantasia figlio mio!”
Turi gli camminava a fianco facendo due passi per ogni sua falcata, sapeva bene cosa pensasse il padre
della sua idea di fare il pescatore, la considerava una cosa passeggera perché non capiva quanta fatica ci fosse in quel mestiere. E certo lui non poteva conoscerla questa fatica ma la vedeva in suo padre, nel suo viso ispido per la barba non fatta da giorni e sapeva cosa gli procurava, anzi, a volte era convinto di vedere nei suoi occhi qualcosa di simile alla tristezza, ma non ne era sicuro.
-“Non parli Turi? Non hai più la lingua?”
Così dicendo gli posò la mano destra sulle spalle e lo attirò a sé, mentre i contorni della loro casa cominciavano a delinearsi in fondo alla via. Il figlio fece spallucce ed il padre sapeva cosa significava ma non intendeva lasciarlo in pace quel giorno:
- “Oh, Turi, il tuo bisnonno era pescatore, lo stesso fu mio padre e mi hanno tramandato il puzzo di pesce con cui però riesco a mantenere tutta la famiglia. Ma per te voglio altro capisci? Voglio che studi e che poi decidi cosa vuoi fare quando sarà il momento, mi fai questa promessa?”
Si fermò costringendo il figlio a sollevare il mento per guardarlo negli occhi e si specchiò in due carboni fieri e identici ai suoi.
-“Allora … me lo prometti?”
Turi sostenne lo sguardo del padre finché poté, poi abbassò il suo e sibilò un incerto sì. Suo padre non se ne stupì, ma era già qualcosa averlo ottenuto, un piccolo passo fuori da quel suo stesso destino che non voleva riservargli. Questo pensava riprendendo insieme al figlio il cammino, mentre il silenzio che era calato dopo avergli strappato quel “sì” pesava sui suoi passi quasi quanto la stanchezza.
- “ Turi ma almeno questi tuoi pirati vincono qualche volta contro i nemici?” – gli chiese.
-“Vincono sempre … sono i più forti e hanno un sacco di tesori nascosti …”- a Turi non parve vero che suo padre si interessasse così al suo gioco di fantasia e la sua voce risuonò argentina nell’ultimo tratto di strada verso casa, camminando al suo fianco.

(© Adelaide Spallino per "Pensieri Volontari" - Web Writers Group's)


raccontato da: Adelaide_Spallino alle 14:09 | Permalink | commenti (24) | commenti (24)(Popup)
nel vento:tracce di mia scrittura
martedì, 22 gennaio 2008

Che gli italiani siano un popolo fantasioso è risaputo ma si sa anche che gran parte di questa creatività la usa per dire bugie, un mare di bugie all’anno. La categoria più a rischio è ovviamente quella dei politici ma c’è un nutrito schieramento di gente comune- mariti, mogli, figli, colleghi di lavoro ecc… - che ricorre spesso alla bugia, dove spesso sta per quotidianamente. La natura delle bugie è varia: ci sono quelle definite “piccole” perché sono chiamate a risolvere altrettanto piccole noie che possono verificarsi nell’arco di una giornata; ci sono le bugie “a fin di bene” (quello di chi le dice chiaramente) e quelle per non scombussolare il “quieto vivere” in famiglia. Chi racconta bugie deve poter contare su una bella memoria propria e su una pessima memoria altrui, altrimenti rischia di raccontare più volte ed in maniera sempre diversa la medesima scusa alla stessa persona. Io sono abbastanza sincera, nel senso che ricorro alle bugie quando mi telefonano quelli di Sky ad esempio, e purtroppo ho una naturale predisposizione a scoprire se qualcuno mi ha mentito. In tal caso mi comporto a seconda della persona e del tipo di bugia, tendo comunque a restarci male. Una cosa che trovo cinica è l’omissione: è qualcosa che va oltre la menzogna perché lascia che sia l’interlocutore a farsi un’opinione falsata della realtà, e, se il bugiardo mente per sminuire le proprie responsabilità (leggasi pararsi il sedere), chi omette le addossa completamente all’altro ed arriverà perfino a dirgli “tu hai pensato questo, io mica te l’ho detto”. Da bambina qualche bugia l’ho detta, per giustificare un ritardo a casa o i compiti non fatti alla maestra. Crescendo anche queste le ho abbandonate tanto che, nel periodo del Liceo, dicevo tranquillamente a mia madre che non andavo a scuola quel dato giorno perché non avevo studiato e non riuscivo neanche a bigiare (si dice così?). Con gli anni la sincerità è diventata sempre più essenziale e determinante nei rapporti con gli altri, ed è un insegnamento primario nell’educazione di mio figlio, a cui comunque non faccio mancare qualche lezione di diplomazia perché la sincerità a volte può costituire un’arma impropria.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 09:12 | Permalink | commenti (25) | commenti (25)(Popup)
nel vento:pensieri
domenica, 20 gennaio 2008

drops

Trasparenza

Fluttuano limpide immagini
sulla pelle di una memoria inquieta
madre di pensieri fruscianti
attraverso le increspature della ragione.

Sotto lo sguardo di velluto del tempo
l'animo affonda a cercare la ghiaia
trascinata dalle correnti
lì, dove di nostalgia si veste il fiume
per ciò che è perduto.
(© Adelaide Spallino)

 

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 10:29 | Permalink | commenti (21) | commenti (21)(Popup)
nel vento:le mie poesie, io fotografo
venerdì, 18 gennaio 2008

“Se gioventù sapesse” di Doris Lessing è il libro che ho appena finito di leggere e che ha una trama imperniata sulla relazione tra una piacente vedova di cinquant’anni ed un suo affascinante coetaneo sposato. Detta così sembra una storia come se ne possono scrivere tante,la particolarità di questa consiste nel modo in cui i due protagonisti si confrontano e nel modo in cui vivono la relazione. Decidono difatti di comune accordo di non parlare della propria vita, di non attuare quella conoscenza profonda che è naturale che si instauri in una coppia. Nessuno di loro due se la sente di “inquinare”, con i dettagli della propria realtà, quella storia fatta di lunghe passeggiate lungo i viali, lungo i parchi di una Londra che li accompagna sorniona e nella quale i due non riescono comunque ad estraniarsi perché il presente di ognuno è incalzante e si rivelerà sempre più determinante nello sviluppo della loro vicenda. Il titolo è tratto da un proverbio francese - “se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse” – ed è di una ventina di anni fa ma vi assicuro che ha una modernità di approccio che quasi stupisce e sembra essere stato scritto appena ieri,per via di quel cogliere, nelle relazioni interpersonali ed in maniera sensibilissima, aspetti e sfumature, dalla difficoltà nella comunicazione ai sentimenti che sono propri del nostro oggi. E’ un libro che sono contenta di possedere e che mi è piaciuto tenere tra le mani, sfogliare ed annusare per sentire l’odore della stampa. Vizio che mi porto dietro fin da quando ero bambina ed iniziavo a leggere i primi racconti; già allora avevo questo amore per il libro in sé e provavo grande gioia nello far scorrere le dita lungo le pagine mentre le leggevo ed ho sempre instaurato con i libri, che man mano ho posseduto, un forte legame affettivo, si proprio così, tanto che quando ne prestavo qualcuno stavo quasi sulle spine fino a che non mi veniva restituito. Cosa che si è ridimensionata con gli anni e con la consapevolezza di quanto sia di arricchimento avere delle persone con cui condividere la lettura di un testo, persone con cui confrontarmi su quello che ne abbiamo tratto, sulla nostra diversità di interpretazione o sulle concordanze che abbiamo trovato in esso perfino con la nostra vita.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 10:24 | Permalink | commenti (16) | commenti (16)(Popup)
nel vento:sullo scaffale