
Ho un ricordo di me bambina e di un grigio mattino di novembre in cui mi sono svegliata prestissimo nel lettone dei miei genitori. E’ un’immagine che mi è cara ed ancora, quando ci ripenso, nettamente mi vedo mentre,seduta tra le coperte, stropiccio gli occhi e guardo di fronte: sul comò un grande vassoio pieno di dolciumi e tra questi fanno bella mostra di sé frutta martorana, tetù e pupi di zuccaru. E’ un 2 novembre qualsiasi e la camera dei miei è piena di profumi; intanto la stessa sorte è toccata ai miei fratelli, nel rispetto di un’antica tradizione popolare che però è un vero attentato ai denti. Quel giorno, dopo aver preso coscienza della quantità di leccornie, e non solo, che, secondo quanto raccontato dagli adulti di casa, mi avevano portato durante la notte i nonni defunti, la mia sgargiante damigella di zucchero venne riposta in una vetrina della sala da pranzo, accanto ai paladini regalati ai miei fratelli, perché così mia madre poteva tenere sotto controllo quella tentazione. Dopo un po’ di giorni si accorse che le statuine, integre sul davanti, erano state consumate nel lato posteriore: quando si dice non andare mai oltre a ciò che vedono gli occhi.
nel vento:rewind


















