Sono nata a casa dei miei genitori, sul loro talamo, tirata fuori dalle mani cavatappi della “mammana”. Una casa a due piani con la zona notte al primo,contrariamente a quanto si costruisce di solito, ma da queste parti quasi nessuno si privava un tempo del terrazzo adiacente alla cucina. La mia infanzia, e del resto la mia vita fino ai 23 anni, è stata scandita dal ritmo con cui andavo via via salendo e scendendo le scale: dapprima un incerto passo dietro l’altro fino a poggiare entrambi i piedi su ogni gradino prima di procedere oltre, fino a salire tre scalini per volta ed a saltarne anche quattro scendendo. Il corrimano è stato protagonista a sé di belle scivolate quasi sempre facendo a gara con mio fratello Mauri. Quando giocavo con le mie amiche le rampe diventavano le case delle bambole, debitamente “arredate” all’uopo ma, giochi a parte,le scale di casa mia sono state testimoni di piccole e grandi tragicommedie mie e dei miei fratelli. Mia sorella minore, sfuggita all’attenzione di mia madre, si procurò solo un bernoccolo in fronte pensando bene di sperimentare la discesa di una rampa con il girello. La maggiore ricorderà per sempre il suo rientro a casa dopo la non ammissione agli esami di maturità, lo ricordiamo tutti in effetti,pure l’intonaco di casa se lo ricorda: mio padre l’aspettava dietro la scrivania e,mentre lei saliva mesta mesta arrivandogli a tiro, prendeva i suoi quasi intonsi libri scolastici dalla libreria dietro di sé e glieli lanciava contro. Nulla di che, non era per farle male, anzi penso proprio che non l’abbia beccata nemmeno una volta ahimé, solo sfiorata. Il più grande dei miei due fratelli cercò di cavarsela alla grande alla domanda “Cos’hai dentro la mano?” gettando quella che sarebbe dovuta essere la prima sigaretta della sua vita, tolta da un pacchetto di mio padre, nella stretta tromba delle scale giù dal secondo piano. La poverina atterrò bianca e stropicciata direttamente sul pianerottolo sotto rivelandosi in tutta la sua peccaminosa lusinga. Squillò parecchio quel giorno,non la tromba delle scale, mio fratello. Poi c’erano le litigate correndo su e giù tentando di sfuggire dalle grinfie dell’arrabbiato di turno al suono di epiteti più o meno ripetibili, dai classici a quelli espressamente creati su misura da noi stessi. E poi quell’immagine che rimarrà più di ogni altra nella mia memoria, coccolata dai sorrisi che sempre mi procura. Ero piccola, avrò avuto cinque anni, salivo le scale ridendo mentre mio padre dietro di me procedeva alla maniera di Charlot, facendo anche finta di inciampare ed imitando tutte le sue smorfie.
Già.
Già.
raccontato da: Adelaide_Spallino alle 18:26 | Permalink | commenti (13) | commenti (13)(Popup)
nel vento:lessico familiare, vitamea
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