nel vento:i musicanti
Quando l'ho saputo non ci potevo credere. "Come hai potuto farlo?"- ho gridato a Lorys. Ho sbarrato gli occhi mentre lui cercava di addurre giustificazioni del tipo: " Ma', che ci fa? " "Come che ci fa? Come che ci fa? Ti rendi conto? A scuola, a scuola!" "Ma'... dai... è stata una volta sola. Non capiterà più." "E ci credo bene io che non capiterà più. Ma dico! Portarsi La Settimana Enigmistica a scuola! E se mi fosse servita?"
Nenè io lo ricordo appena. Nella mia memoria la sua figura è quasi eterea, un uomo che ritirava i pasti a mezzogiorno davanti al cancello di una casa gentile. I vecchi o anche chi è solo qualche anno più grande di me se ne rammentano meglio sicuramente,mi farò dire,racconterò. Per stasera vi lascio una canzone che gli è stata dedicata da un gruppo del mio paese,"Malavoglia". Voce del mio amico Alberto su testi e musica di un altro amico,Massimo.
Nenè
Nato di colpa già fiera
conosce pietà alla miseria
e ruba di ladro in ladro
il vizio d'essere mazziato.
Ha il lamento di un di' già svanito
sul viso dai solchi scolpito
si leggon le storie più strane
lottate per un pezzo di pane.
Ah! che sangue amaro
sarà giusto esserne avaro
Ah! il peccato
sarà giusto averlo già dato...
Silenzio confessa l'inverno
chiamato da chi vive in eterno
e nasconde appena il sorriso
convinto che sia il paradiso.
Sul letto un raggio di luce
di cani e piccioni le scuse
al sapore d'un sogno temuto
bussando per averlo vissuto.
Ah! che sangue amaro...
Nenè unn'avi chiù tempu
e lassa sula la luna
Nenè ci arriva sapennu
ma avi picca furtuna.
(Malavoglia)
Ho letto Il Gabbiano Jonathan Livingston e finalmente non dovrò più far finta di conoscerlo, mizzica ne parlavano tutti, mi sentivo un'aliena! Se non hai letto Il gabbiano non sei nessuno... 
Ho fatto una buonissima (fidatevi...) confettura di fragole...
Varie rimostranze di un figlio in crescita:
- Ma', non lo voglio quello...ora tu dimmi... un ragazzo (un ragazzo?
) che va in giro con l'ombrello con le rose disegnate...
- Sei cocciuta... (chi io?
)
- Ma perché... lo devi dire tu? (
)
Gap generazionale:
- Stasera vado al cinema...
- Ah, vai a vedere Superman III ?
- Si ma' buonanotte... è Spiderman tre...
- 
- Ma'... mi sento in imbarazzo...
- Perché? Sono i Queen... questa è Bohemian Rapsody...trascinante...
- Ma'... scendi dal divano... poi dici che l'ho rotto io...
- 


TelePHONade
- Buonasera sono... di Sky... bla bla bla... le nostre offerte... bla bla...
- Senta mi scusi non voglio farle perdere del tempo...non mi interessa al momento...
- Posso chiederle perché?
- Certo... perché sono senza lavoro e Sky è l'ultimo dei miei pensieri... mi spiace.
-
...no spiace a me per lei...buona serata signora.
- Buona serata...
Mi volto verso Lorys:
- Ma' per poco non la facevi piangere...
- Che dici? La richiamo? 
... e voi come state?
Una piccola platea di alunni di scuola media siede di fronte a me, ad un altro autore locale e ai professori responsabili del progetto che si conclude con questo incontro. Alcuni dei ragazzi hanno dei fogli in mano e deduco immediatamente che si tratta dei loro elaborati poetici da leggere durante la nostra conversazione. Fortunatamente ho il mio libro in borsa, portato diligentemente nel caso in cui mi si chieda di mettere alla prova la mia memoria recitando una poesia. Guardo alla mia destra due ragazzini che armeggiano con le grandi finestre scorrevoli per aprirle lasciando entrare un benefico refolo d’aria. Uno dei professori ci chiede di presentarci brevemente ma io non ne ho voglia, ricordo soltanto il primo concorso di poesia a cui ho partecipato all’età di dodici anni, e l’insegnante –scomparsa un anno fa- che mi accompagnò a ritirare la mia pergamena. Da questo momento l’incontro procede piacevolmente –salvo le intemperanti interferenze di qualche alunno piuttosto vivace- su due binari paralleli: l’autore in lingua siciliana e l’autrice in lingua italiana, l’attento uso della metrica del primo ed il verso sciolto ma ugualmente musicale ed armonioso della seconda. Le mani alzate dei ragazzi che chiedono di fare una domanda attirano la mia attenzione, e con gli occhi seguo le mani fino a vedere a chi appartengono. Gli alunni sono precisi e abbastanza preparati: a cosa vi ispirate? Le poesie rispecchiano la vostra vita? Cosa provate quando scrivete? Ha mai scritto usando l’acrostico? Il professore di musica, in piedi accanto ad un ragazzino seduto in prima fila, chiede la parola: “Scusate, qui c’è questo alunno che sta da mezz’ora con la mano alzata…”. La mano in questione si abbassa e una voce mi chiede: “Lei usa qualche figura retorica?”. Rispondo così anche a mio figlio. Una ragazza, che per guardare meglio devo spostarmi leggermente, mi chiede quando ho avuto i primi sintomi. La cosa mi diverte e le rispondo che si tratta in effetti di una “malattia” incurabile. Segue la lettura di alcune poesie dei ragazzi, una in particolare mi colpisce molto, quasi mi trafigge con le sue parole non di bambina dodicenne ma di donna delusa e amareggiata che parla di sogni che non esistono più. Gli occhi neri della piccola autrice dicono molto e la sua voce timida spiega che le poesie le servono perché ha capito che sono un modo con cui raccontare se stessa, cosa che non le riesce parlando. Conferma così quanto da sempre io penso: la poesia è libertà, riuscire a tirare fuori dal profondo di noi ciò che altrimenti resterebbe muto, è un gesto liberatorio e di grande aiuto nel rivendicare la nostra identità. Parlando ai ragazzi ho capito ancor di più quanto amore io abbia per i versi, per ciò che hanno rappresentato e continueranno a rappresentare nella mia vita, i miei versi sono portabandiera della mia identità, della mia libertà personale e del mio incontrarmi ogni giorno con me stessa. Sono passate alcune ore e penso sorridendo a questi volti sbarazzini, ai fogli di quaderno imbrattati con la loro scrittura con cui hanno suggellato un piccolo patto con un verso o con una rima e ripenso ad una ragazzina che faceva lo stesso quasi trent’anni fa e non ha mai violato quel patto, che si è rivelato nel tempo molto più forte persino di se stessa.
Li siciliani nun su’ Capaci di si scurdari nenti
Lu sapissiru onorevoli, deputati e presidenti;
li smemorati lu sapemmo tutti unni stanno
e ogni tantu si fannu vivi, ‘ndovinati quannu?
Ma ji pi ‘na vota mi la vogliu taliari
cu l’occhi mii sta terra mia ‘nzuccarata
bedda comu ‘na fimmina scunsulata
ca vidè li figli ‘ngrati ci tuccà allattari.
Bedda ca parla a lu munnu senza gridari
cu l’arti, la cultura,lu jauru di stu mari
la musica di lu ventu mmezzu l’aranci,
lu cori granni di la genti, la so’ risata quannu nun chianci.
Mi la vogliu taliari quannu lu celu s’annurica
lu stessu celu ca mi vitti nica
e si chiamu Diu e nun m’arrispunni
speru ca armenu fa cosi boni anchi si ji nun sacciu dunni.
