L’aria che entra dal finestrino dell’auto odora di erba tagliata ed i campi mostrano i segni di una mietitura recente. Giorno dopo giorno c’è qualcosa di nuovo che denota la fervida attività dei contadini mentre il grano comincia ad imbiondirsi sotto l’egida del sole più bello del mondo. A tratti la ginestra irrompe col suo tenace profumo e colpisce gli occhi con il suo colore luminoso, una gazza saltella sulla carreggiata e la dolcezza dei declivi ammansisce i pensieri più ispidi. Cogliere la bellezza attorno a me. Sono giorni in cui ne ho sete e mi abbevero come non mai a questa fonte che mi circonda e che mi appartiene, la sento scorrere come linfa vitale nelle vene e la mia anima ne trae benefici d’ogni sorta.
Il cielo stamattina era solcato da nuvole di ogni forma: alcune sembravano pennellate appena accennate, altre batuffoli di cotone pronti a dar vita a immagini sognanti e leggere. La mano sulla macchina fotografica è rimasta immobile, obbedendo docile al mio inusuale impulso di non imprigionarle dentro ad un clic. Ho preferito guardarle scorrere e lasciare che andassero ad albergare altrove, accontentandomi di tenere per me un ricordo. Un po’ come fanno certe persone che entrano nella nostra vita e che, anche quando sembrano destinate a restarci, vanno via lasciandoci increduli talvolta, altre distaccati, altre ancora doloranti e se siamo fortunati avremo una foto da guardare mentre cercheremo di non lasciare al tempo che passa l’ingrato compito di scolorire i contorni delle cose, dei momenti, dei sorrisi e delle voci. Poi ci sono persone, poche a dire il vero, che tracciano un solco così profondo in noi da restare indistruttibile in loro assenza e per lungo tempo.
Cogliere la bellezza, dicevo, in una minuta donna di 82 anni. E ne ha sfornate di pizze al pomodoro per le nostre bocche fameliche di adolescenti la za’ Mimidda. Noi che affollavamo i tavolini del suo piccolo locale senza dimenticare mai gli spiccioli per il juke box e che ci lasciavamo andare all’avvilimento di “nti stu paisi nun c’è nenti di fari, unni jiri” solo il tempo necessario a finire la frase. Era un pensiero detto senza convinzione, per noi che siamo nati nella terra degli addii per eccellenza, con la nostra sicilitudine insulare che fa a pugni da sempre con il senso spropositato dell’andare altrove.
Se n’è andata dolcemente la za’ Mimidda, lei dolce come l’impasto delle sue pizzette lavorato sapientemente dalle sue mani che non si facevano turbare dai sussulti del juke box né dall’allegro trambusto causato dal nostro andirivieni nei lunghi pomeriggi invernali quando, dopo lo studio, andavamo a ristorarci da lei. Avvolti dal profumo che proveniva dal forno ci alzavamo a turno per scegliere una canzone a testa attraverso gesti quasi rituali che, per quel che mi riguardava, conducevano a: La leva calcistica della classe 68, Love of the common people, Every time you go away, Sussudio, La donna cannone…
Che bizzarra cosa un juke box che lascia un solco così profondo. Ma forse non era lui.