lunedì, 06 luglio 2009
Don Chisciotte
L’alba rosa, un caffè e mille voli di rondini. Un po’ di pensieri sparsi e la sensazione che l’aria fresca lascia sulla pelle nelle prime ore del mattino. La tastiera sembrava aspettarmi, silenziosa e cupa come a rimproverarmi di una sorta di abbandono nei suoi confronti. Ma il portatile in questi giorni è molto più idoneo alla mia quotidianità, sa di fast food: veloce e senza pretese. Il mio pc invece chiede che io non abbia fretta, che possa trascorrere del tempo a raccontare facendo scivolare le dita sui tasti accarezzandoli.

La mia vita adesso è un po’ come quei campi che attraversa la statale che mi porta a Palermo: si mostrano pigramente allungati sotto il sole a bruciacchiarsi le stoppie rimaste dopo i raccolti recenti, mentre sono il frutto di un faticoso e continuo lavorio anche se, ad un occhio superficiale, danno la sensazione di essere soltanto memori nostalgici della loro bellezza primaverile. Eppure per me hanno il fascino del cambiamento, del divenire che appartiene a tutto ciò che vive e non esiste soltanto e se il loro profilo è segnato da moderni mulini a vento la sensazione di work in progress è ancora più intensa. Sì, magari non sono immaginifici e poetici come quelli di Don Chisciotte ma una lotta impegnativa contro di loro non è raro doverla ingaggiare. Io di mulini ne ho incontrati lungo la mia strada e per ognuno di essi ho dovuto inventare una strategia diversa, un diversa me; non si è trattato solo di spendere energie ma di rimettermi ogni volta in gioco o, meglio, di averne la voglia, perché certe battaglie ci lasciano ferite difficilmente rimarginabili che rischiano di minare ben più del nostro spirito combattivo. Ma anche nella sconfitta più dolorosa ho cercato e raccolto quel che restava di intatto in me e l’ho lustrato a dovere perché dopo ogni battaglia occorre ripresentarsi a sé stessi, occorre rinnovare con sé stessi il patto di amore che ci lega alla vita.
raccontato da: Adelaide_Spallino alle 09:49 | Permalink | commenti (6) | commenti (6)(Popup)
nel vento:vitamea, io fotografo
mercoledì, 24 giugno 2009

Fotografia 105

"Saper estrarre dalle stesse difficoltà della vita un lievito di ascesa, trasmutarle in altrettante forze vive nel piano ultrasensibile è l'alchimia maggiore contro la quale niente può prevalere; non dire neppure una parola quando un tuo progetto non è coronato da successo.
Non metterai molto tempo a capire che era necessario che fosse così, e che le disillusioni momentanee dovevano prepararti a inattesi progressi; riconoscerai l'incatenamento sempre ammirevole degli effetti e delle cause".

(Grillot de Givry)

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 17:21 | Permalink | commenti (22) | commenti (22)(Popup)
nel vento:io
domenica, 21 giugno 2009

ali

Qualcuno suonava un pianoforte poco fa e le note di The way you look tonight si sono infilate nel silenzio che stasera aveva cominciato ad avvolgere casa. I miei pensieri hanno cominciato a stiracchiarsi pigri abbandonandosi ad un loro personalissimo stretching ed ora sono sull’uscio della mia mente: alcuni incerti sul da farsi, lo ammetto, altri perplessi, altri scontrosi. Poi ci sono i suscettibili e i permalosi: quelli offesi perché da troppo ormai li lascio chiusi, mio malgrado, a far nulla e adesso son capaci di farmi dispetto e restarsene lì, inespressi. Già, solo per dispetto. Mi toccherà ignorarli per vedere se perdono un po’ di superbia.
Intanto si affacciano allegri quelli riservati a mio figlio che domattina affronterà il suo esame orale per la Licenza Media. A volte ho l’impressione che più lui diventa grande più io rimpicciolisco e non è solo un fatto di altezza effettiva. Altre ho la sensazione, bislacca magari, di espandermi all’esterno attraverso il suo consapevole prender posto nel mondo: c’è una parte di me che sorride con lui o che gli rabbuia lo sguardo quando qualcosa non gli sta bene. E quando si rattrista gli occhi gli diventano lucidi ed allo stesso di una bellezza infinita di cui mi nutro quando guarda dritto nei miei.

Eccolo lì, il pensiero schivo, quello che rifugge il clamore della parola detta, quello che, se potesse, si nasconderebbe a vita. Con lui bisogna andarci piano, bisogna fargli capire che non succede nulla di che se qualche volta si palesa. Ah, ma finisce spesso che sono io a fare il passo indietro e se non mi costa nulla è perché so che ha ragione.

Il pianoforte non si sente più, un vento fresco muove la tenda e mi alzo a chiudere la finestra.
Alcuni pensieri si dondolano come foglie appese ad un ramo ed il loro fruscio è solo l’attesa del prossimo distacco perché amo i pensieri che si liberano di me e che spiccano il volo come libellule. Ciò che mi rimane addosso è “una tasca piena… un bottone… una gioia nuova… un regalo…”

 

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 22:54 | Permalink | commenti (18) | commenti (18)(Popup)
nel vento:pensieri, for me
martedì, 09 giugno 2009

ti proteggo

Tornavo a casa sotto un cielo che ad ovest regalava tracce di un inconfondibile color arancio mentre più in là, discreta, la luna si affacciava bianca a ritagliarsi un posto in quell’immenso di cui il mio sguardo poteva cogliere solo una parte. Il paesaggio scorreva limpido sotto i miei occhi. Mutevoli e ben definiti i contorni delle vallate dorate brulicanti di vita campestre e delle colline ancora verdi si estendevano al di là di strade orlate di ginestra. Più si avvicinava il profilo familiare del mio paese e più il turbinio di pensieri, che sosteneva una stanchezza di cui in questo periodo non riesco proprio a liberarmi, si faceva meno tempestoso. Un luogo dove sentirmi protetta, o comunque un po’ meno esposta alle intemperie, forse anche dove nascondermi, perché no? Piccole strade che si intersecano tra le case con le luci accese e le finestre aperte nelle sere d’estate o con ancora qualche comignolo di stufa a legna sbuffante quando d’inverno stringersi in un plaid è dolce. Gli unici grandi spazi che amo adesso sono quelli dove non c’è gente, non amo la folla, non amo il mormorio insistente che confonde e disperde la mia voce in una miriade di altre voci perché voglio che la mia voli e plani dentro un’eco gentile.

Camminavo per raggiungere casa, senza fretta e godendo del profumo proveniente da una pasticceria come dalle grida felici di due bambine che si rincorrevano.
Io non rincorro più niente adesso. Ascolto il mio tempo che dà una forma nuova ai miei giorni e vedo sempre più ben delineato ciò che voglio e ciò che posso e mi dico fortunata perché le due cose combaciano.


raccontato da: Adelaide_Spallino alle 18:02 | Permalink | commenti (21) | commenti (21)(Popup)
nel vento:pause
giovedì, 28 maggio 2009

L’aria che entra dal finestrino dell’auto odora di erba tagliata ed i campi mostrano i segni di una mietitura recente. Giorno dopo giorno c’è qualcosa di nuovo che denota la fervida attività dei contadini mentre il grano comincia ad imbiondirsi sotto l’egida del sole più bello del mondo. A tratti la ginestra irrompe col suo tenace profumo e colpisce gli occhi con il suo colore luminoso, una gazza saltella sulla carreggiata e la dolcezza dei declivi ammansisce i pensieri più ispidi. Cogliere la bellezza attorno a me. Sono giorni in cui ne ho sete e mi abbevero come non mai a questa fonte che mi circonda e che mi appartiene, la sento scorrere come linfa vitale nelle vene e la mia anima ne trae benefici d’ogni sorta.

Il cielo stamattina era solcato da nuvole di ogni forma: alcune sembravano pennellate appena accennate, altre batuffoli di cotone pronti a dar vita a immagini sognanti e leggere. La mano sulla macchina fotografica è rimasta immobile, obbedendo docile al mio inusuale impulso di non imprigionarle dentro ad un clic. Ho preferito guardarle scorrere e lasciare che andassero ad albergare altrove, accontentandomi di tenere per me un ricordo. Un po’ come fanno certe persone che entrano nella nostra vita e che, anche quando sembrano destinate a restarci, vanno via lasciandoci increduli talvolta, altre distaccati, altre ancora doloranti e se siamo fortunati avremo una foto da guardare mentre cercheremo di non lasciare al tempo che passa l’ingrato compito di scolorire i contorni delle cose, dei momenti, dei sorrisi e delle voci. Poi ci sono persone, poche a dire il vero, che tracciano un solco così profondo in noi da restare indistruttibile in loro assenza e per lungo tempo.

Cogliere la bellezza, dicevo, in una minuta donna di 82 anni. E ne ha sfornate di pizze al pomodoro per le nostre bocche fameliche di adolescenti la za’ Mimidda. Noi che affollavamo i tavolini del suo piccolo locale senza dimenticare mai gli spiccioli per il juke box e che ci lasciavamo andare all’avvilimento di “nti stu paisi nun c’è nenti di fari, unni jiri” solo il tempo necessario a finire la frase. Era un pensiero detto senza convinzione, per noi che siamo nati nella terra degli addii per eccellenza, con la nostra sicilitudine insulare che fa a pugni da sempre con il senso spropositato dell’andare altrove.

Se n’è andata dolcemente la za’ Mimidda, lei dolce come l’impasto delle sue pizzette lavorato sapientemente dalle sue mani che non si facevano turbare dai sussulti del juke box né dall’allegro trambusto causato dal nostro andirivieni nei lunghi pomeriggi invernali quando, dopo lo studio, andavamo a ristorarci da lei. Avvolti dal profumo che proveniva dal forno ci alzavamo a turno per scegliere una canzone a testa attraverso gesti quasi rituali che, per quel che mi riguardava, conducevano a: La leva calcistica della classe 68, Love of the common people, Every time you go away, Sussudio, La donna cannone…
Che bizzarra cosa un juke box che lascia un solco così profondo. Ma forse non era lui.


raccontato da: Adelaide_Spallino alle 17:58 | Permalink | commenti (18) | commenti (18)(Popup)
nel vento:pensieri, pause
martedì, 19 maggio 2009

papaveri

La statale costeggiata dalla ginestra si snoda tra campi rigogliosi e pulsanti di vita. Non lontano dal ciglio della strada una cavalla col suo puledro, protetti da un fragile recinto, riposano placidi. I gladioli di campo svettano tra l’erba ondeggiante e le distese di “sulla” rossa si alternano a campi ora incolti, ma verdissimi di vellutata erba, ora vividi di grano. Le immagini che adesso ripercorro senza fatica nella mia mente appartengono a questo insolito maggio pieno di luce e nuvole veloci che si muovono verso il mare e rasserenano un periodo non semplice. Sorrido pronunciando quest’ultima parola e rispetterò il suo significato non addentrandomi in un racconto meticoloso di eventi e mutamenti un po’ sul filo del dramma un po’ carichi di belle speranze e cose da fare. Dirò che ho visto un po’ di corsie d’ospedale e che, attraverso una di queste, mia madre è stata portata in camera dopo un intervento al polso sinistro per recuperare una frattura frammentata e scomposta di ulna e radio. Una banale caduta a casa di mia sorella in Lombardia, il pronto soccorso dell’ospedale di Desio, il suo “mi ‘nni vogliu jiri dintra… aju l’aereo chi parti”, il rientro in Sicilia, il ricovero al CTO di Palermo ed ora l’avambraccio “ferrato” non hanno scalfito il suo spirito indomito; così, sebbene dolorante, si aggira scalpitando perché non può fare pressoché nulla. Rapporto un po’ conflittuale il nostro, ma senza alcun dubbio ho sempre ammirato la sua forza nel gestire una famiglia numerosa e le sue capacità d’amministrazione che farebbero invidia ad un ministro dell’economia. Questa è solo una parte di un tempo segnato da diverse preoccupazioni e avventurose soluzioni, tempo in cui ho saggiato la mia fortuna di avere degli amici impagabili e la bellezza di avere le persone giuste accanto con cui condividere tutto. Giorni stancanti comunque, pieni di immagini e di pensieri che si affollano disordinatamente, salvo poi placarsi quando finalmente metto la testa sul cuscino la sera.
Dietro una curva della statale c’è un punto in cui la ginestra si interrompe ed un gruppetto di papaveri mi regala un momento bellissimo e se potessi lo ritaglierei questo piccolo angolo di vita, lo porterei con me a casa e lo proteggerei dalle intemperie. Se potessi. Del resto perfino con i nostri cari non possiamo farlo. Proteggerli sempre dico. Non certo per distrazione o inettitudine, ma perché il recinto attorno alla vita di ognuno è fragile.

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nel vento:vitamea
martedì, 28 aprile 2009

Torre di Pisa

Alla fine la “Torre di Pisa” è arrivata sana e salva ed ora sosta sopra una mensola della cucina incombendo minacciosa sul “Tempio della Concordia” in sughero acquistato dieci anni fa in una torrida giornata estiva trascorsa nella Valle dei Templi. Ricordo il momento in cui mi voltai per controllare mio figlio seduto sotto le fronde di un albero di olivo e lo vidi mentre si faceva riprendere con una videocamera da due turisti giapponesi e mostrava orgoglioso col braccio teso il suo bottino: il souvenir succitato da cui la polvere si sarebbe in seguito staccata a fatica. Oggi forse si sentirà un po’ in soggezione con la torre venuta a minare la sua pacifica convivenza con il piccolo vaso in terracotta ed i libri di cultura siciliana, ma spero che un po’ di sicurezza gli venga dal prode Orlando che brandisce Durlindana con sguardo fiero anche se barcolla dalla mensola retto da un precario aggancio ad essa. Domenica mattina mio figlio è sceso dal pullman e, per non smentire la sua natura ironica tendente a prendermi in giro, si è precipitato verso di me ma facendo finta di salutare per prima la mamma di un suo compagno con cui stavo chiacchierando.
A casa ho condiviso il suo ritorno con due amiche venute in mio soccorso alla fine della mia tanto decantata settimana da sola, tsè: non ne potevo più insomma di tanto tempo per me stessa, a parte quello impiegato per convincere Shake (il cane di casa più pigro del mondo) che stare solo con me non era in fondo malaccio! Michela, che conosco da quasi vent’anni (nun ci pozzu cridiri! Tuttu stu tempu già passà… mii, e quanti anni havi allura Isabel Allende?), e Rita, che ho conosciuto invece poco tempo fa, son arrivate sabato pomeriggio e lo scarno comitato d’accoglienza ha tirato un sospiro di sollievo al loro cospetto. Mi mancavano le confidenze tra amiche mangiando una pizza o una ciambella alle nocciole (miiiiii, mi vinni troppu bona va’…), facendo una passeggiata e coprendo distanze in salita, tirando il fiato, sulle strade di pietra lavica a cui loro magari non sono abituate: Bagheria è un po’ più appiattita del mio paese, più snella rispetto al mio cocuzzolo collinare. Così abbiamo messo i pezzi delle nostre vite insieme e ne abbiamo soppesato somiglianze e dissonanze scoprendo ancora una volta che i nostri tre percorsi, faticosi e vissuti in tempi e spazi diversi, in fin dei conti hanno avuto un che di sorprendentemente identico. Mio figlio, dicevo, ha ritrovato l’una e conosciuto l’altra e, quando la domenica pomeriggio sono andate via, gli ho chiesto se non trovasse anche Rita simpatica come Michela. Mi ha risposto: “più che simpatica, appartiene al tipo di persone che frequenti tu…” Il resto di questa fine della settimana ha il sapore intimo delle cose da custodire e ancora risuona nella mia mente una domanda con cui Michela ha scatenato le nostre risate a tavola, domenica, mentre i nostri cucchiaini affondavano solerti in una gustosa granita di fragole…

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 16:48 | Permalink | commenti (25) | commenti (25)(Popup)
nel vento:lessico familiare
sabato, 25 aprile 2009

La vendetta è un piatto che va servito freddo.
Ma attenzione al blocco della digestione.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 15:53 | Permalink | commenti (17) | commenti (17)(Popup)
nel vento:cattivaria
giovedì, 23 aprile 2009

Martedì, ore 17,30.
Il cellulare canta spider poooork, spider poooork...
Mi si illumina lo sguardo, è lui!
- Pronto? - non parlo, chioccio.
- Ciao ma'... ti ho chiamato per darti la buonanotte!
-

Ieri pomeriggio.
- Ma' oggi la cameriera al ristorante si è avvicinata e mi ha chiesto "TE ne vuoi ancora?".
- E allora?
- E io le ho risposto, no,TE'  il piatto... [te' in dialetto vuol dire  tieni]
-

Stamattina, ore 07,15. Solito squillo.
- Buongiorno!
- Ciao ma'... Oggi andiamo a Siena e Pisa e lì faccio shopping... ca' si unu va a Pisa e nun s'accatta almenu mezza torri vol diri ca' è misu proprio strammu!! [ perché se uno va a Pisa e non compra almeno mezza torre vuol dire che è messo proprio male!]
-


raccontato da: Adelaide_Spallino alle 09:11 | Permalink | commenti (12) | commenti (12)(Popup)
nel vento:lessico familiare
martedì, 21 aprile 2009

Dopo “Scusa ma ti chiamo amore”, Federico Moccia ritorna in campo girando il seguito col titolo “Scusa ma ti sposo amore”. Il prolifico scrittore si riproduce con la stessa velocità che hanno i conigli di figliare e pare che siano già pronti ulteriori sequel, questi i titoli:

“Scusa ma non potresti abbassare la tavoletta del water?”
“Scusa ma mia madre lo cucinava meglio”
“Scusa ecco lo sapevo che eri diverso da quello che ho conosciuto in Tre metri sopra il cielo”
“Scusa ma non ti va mai bene nulla”
“Scusa guarda che quello sei tu”
“Scusa ma la tua gravidanza mi sta snervando”
“Scusa guarda che ce l’ho io il peso di un cocomero sulla vescica”
“Scusa ma ho il sonno pesante non lo sento mai quando piange la notte”
“Scusa ma il Gran Premio di Australia lo segui in diretta”
“Scusa ma non dovevi accompagnarlo tu a scuola?”
“Scusa ma io non posso fare centomila cose in un giorno!”
“Scusa ma non può essere che hai sempre mal di testa!”
“Scusa ma me lo fai venire tu!”
“Scusa ma mica c’è un altro?”
“Scusa ma dove minchia lo trovo il tempo?”
“Scusa ma il mio avvocato è molto bravo”
“Scusa ma gli alimenti sono un po’ alti”
“Scusa ma mi hai preso per una banca?”
“Scusa sei tu che non mi hai mai permesso di lavorare e ora che vuoi?”
“Scusa ma tuo figlio ha bisogno di qualche tirata di orecchie”
“Scusa ma è tuo o mio figlio in base al comodo tuo!”
“Scusa ma al suo matrimonio ci sono più parenti tuoi che miei”
“Scusa ma proprio con quella dovevi venire al matrimonio di nostro figlio?”
“Scusa ma … ” 
“Scusa ma non ti hanno mai detto che le donne vivono di più degli uomini?”

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 10:17 | Permalink | commenti (15) | commenti (15)(Popup)
nel vento:satyricon